Pizzolato, il nipote nei guai Copre lo zio nella latitanza
Maranello. L’ingegnere della Ferrari si è intestato un’utenza telefonica pulita Il banchiere brasiliano si spacciava per il fratello morto e aveva la carta d’identità
MARANELLO. Si fermava a Portovenere solo poche ore, poi ripartiva, direzione Maranello, nel Modenese. Trascorreva un po’ di tempo con lo zio latitante, si accertava che stesse bene. Lui è Fernando Paolo Grando, 37 anni, ingegnere del settore corse della Ferrari, brasiliano, originario dello Stato del Paranà con un passato nella scuderia della Mercedes.
Lo zio invece è Henrique Pizzolato, 62 anni, ex direttore marketing del Banco do Brasil, condannato a 12 anni e 7 mesi nell’ambito del processo “Mensalao”, una sorta di Tangentopoli brasiliana. Era stato arrestato nel febbraio scorso dai carabinieri spezzini proprio mentre si stava recando a Modena. La notizia aveva fatto il giro del mondo. Ricercato dall’Interpol per essersi messo in tasca circa 10 milioni di euro in un maxi giro di corruzione e riciclaggio di denaro. E al centro di un braccio di ferro tra l’Italia il Brasile che ne ha chiesto l’estradizione, negata nell’ottobre scorso dalla Corte di Appello di Bologna.
Ora finisce nei guai anche il nipote. Il pm spezzino Maurizio Caporuscio lo ha iscritto al registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento. L’ingegnere alle dipendenze della Ferrari era finito subito nel mirino degli inquirenti spezzini.
I carabinieri del nucleo investigativo guidati dal maggiore Armando Ago lo hanno controllato da vicino, un’indagine delicata che ha permesso di rimettere insieme il puzzle. Pizzolato sarebbe arrivato a Portovenere direttamente da Malaga. Si spostava in auto, a bordo di una Punto rossa con targa spagnola. A trovargli la sistemazione nella splendida location spezzina sarebbe stato il nipote. I militari hanno annotato una telefonata tra l'ingegnere e il titolare del residence “I Gabbiani” a Portovenere. Il titolare della struttura ricettiva, vista l’impossibilità di affittargli una camera per un paio di mesi, aveva poi stretto un accordo con Pizzolato per la locazione di un appartamento poco distante. Quello era diventato il nascondiglio del manager sudamericano. Da lì si spostava, spariva, poi tornava dopo giorni. Gli inquirenti sospettano che si recasse in Lussemburgo o in Svizzera. Il cellulare glielo aveva fornito il nipote ingegnere di Maranello, l’utenza era intestata proprio a lui. Pizzolato era in Italia, spacciandosi per il fratello defunto, Celso, che aveva il passaporto italiano. Raggirando i dipendenti del Comune di Portovenere, a cui aveva spiegato di voler prendere la residenza, era riuscito a farsi consegnare una regolare carta d’identità.
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