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Debiti, vergogna e rabbia le storie dei nuovi poveri di Modena

Martino Pinna
Debiti, vergogna e rabbia le storie dei nuovi poveri di Modena

Gli esperti la chiamano “zona grigia”: è quella che comprende migliaia di persone
finite in difficoltà a causa della crisi, della separazione o delle malattie

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 Cosa vuol dire essere poveri a Modena? Prendiamo via Emilia centro. Migliaia di passanti, negozi con pellicce e gioielli, e in mezzo un’anziana signora che, ordinata e dignitosa - verrebbe quasi da dire professionale - sta seduta e chiede l’elemosina. Alle sue spalle, in una vetrina, tre manichini con cappello di pelliccia e occhialoni da neve, per le signore modenesi che vogliono far finta di essere a Cortina.

QUELLI CHE NON VEDIAMO

Viene facile pensare: eccola lì, è lei la povertà. A qualcuno darà fastidio, qualcun altro invece penserà: poverina, e lancerà una moneta. Ma la signora, in tutta la sua dignitosa miseria, è solo la punta di un iceberg invisibile, eppure sotto gli occhi di tutti. Il resto dell'iceberg è proprio lì: tra i passanti, quelli che vediamo muoversi in fretta con smartphone in una mano e un sacchetto della spesa nell’altro. Anche tra loro c'è chi, se non è povero per le statistiche, è povero nei fatti. Questa piccola provincia benestante, con la sua fama di città grassa e godereccia, come l'odore di gnocco fritto che si diffonde la mattina nelle strade del centro, le numerose gioiellerie e le macchine di lusso, ha visto la povertà e le diseguaglianze economiche aumentare sempre di più. I dati dicono che ci sono pochi che hanno molto, pochi che non hanno niente, ma molti che rischiano la povertà. È la cosiddetta zona grigia.

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L’IMBUTO

Immaginate un gigantesco imbuto con migliaia di persone sul bordo: c’è chi scivola lentamente, chi si aggrappa ai bordi con le unghie, chi invece cade di colpo e sa che tornare indietro sarà molto difficile, o forse proprio impossibile. «Diciamo che a Modena c'è chi sta proprio bene e non ha alcun tipo di problema. Poi c'è una zona nera, quella della povertà estrema e cronicizzata. I senza dimora, i mendicanti, le famiglie già note ai vari servizi», spiega Federico Valenzano, coordinatore del centro d'ascolto della Caritas di Modena. «Sono persone che non riescono a risalire, a uscire dalla povertà, non a caso gli italiani che riceviamo noi sono quasi sempre gli stessi. C'è poi la zona grigia, quella che più difficilmente riusciamo a indagare».

LA REALTÀ DEI FATTI

Questa gigantesca zona grigia è fatta di persone che scivolano verso la povertà a volte senza accorgersene. Milioni di invisibili, volti nascosti dietro le cifre sui “nuovi poveri”. Alcuni non appaiono nemmeno nelle fotografie scattate dalle indagini statistiche, perché magari un reddito ce l'hanno, e perfino una casa di proprietà. Ufficialmente non sono poveri, non dovrebbero esserlo. Eppure si ritrovano a dormire in strutture di accoglienza o a non avere il denaro sufficiente per mangiare. Come succede? Roberto è uno di loro, uno degli invisibili. È nella zona grigia da un periodo abbastanza lungo da poter vedere la zona nera in fondo all'imbuto. Laureato, originario del sud, vive a Modena da diversi anni, dove ha sempre lavorato come autonomo con partita iva. Il costo della vita era alto, ma in qualche modo, assieme alla sua ragazza, sono sempre riusciti ad arrivare alla fine del mese dividendo ogni spesa. Poi si lasciano, lei cambia città, lui resta solo, e inizia ad andare tutto male. Una serie di decisioni sbagliate, l'affitto che diventa troppo pesante da pagare da solo, lavori mai pagati o che gli vengono pagati molto in ritardo. Per un po’ Roberto tira la cinghia, ma poi le pareti dell'imbuto si fanno sempre più scivolose. Non riesce più a pagare le bollette, non riesce più a mantenere la propria macchina. L'unica cosa che non vuole perdere è la casa: cambiare sarebbe più costoso e complicato, ma soprattutto segnerebbe in modo definitivo ed inequivocabile il suo fallimento.

IL GESTO DISPERATO

Si ritrova intrappolato in una situazione apparentemente senza via d’uscita. A malincuore, e senza spiegare la reale gravità della situazione, chiede un prestito ai genitori, che però non possono dargli più di tanto. Arranca qualche mese, inizia ad accendere i termosifoni solo se sa che qualcuno deve andare a casa sua, a tenere le luci spente. Pensa di vendere le sue cose, tranne il computer e il telefono, che gli servono per lavorare - o almeno provare a farlo - e comunicare. Poi un giorno gli arrivano delle tasse arretrate da pagare. Migliaia di euro. Pensa di uccidersi, si convince che non c'è nessuna soluzione, che non si riprenderà mai. Eppure, nemmeno in quel momento, a Roberto viene in mente di chiedere aiuto: non si presenterà mai ai servizi sociali, né allo sportello d'ascolto della Caritas, né a qualche conoscente che potrebbe dargli una mano. Per un semplice motivo: la vergogna di aver fallito e la paura di ritrovarsi in fila con senzatetto, tossicodipendenti, mendicanti e scoprire di essere diventato come loro. Modena è piccola, la paura di essere visto da qualche volto conosciuto è più forte della paura di restare a stomaco vuoto. Anche perché Roberto, da fuori, è come tutti gli altri passanti di via Emilia centro: ben vestito, smartphone in mano, anche lui passa davanti alla vecchia mendicante con passo veloce come se avesse una riunione di lavoro a cui non può mancare. E vedendola pensa: io non c'entro niente con lei, non sono come lei.

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NON BASTA IL LAVORO

Ma anche chi un lavoro ce l'ha, e perfino ben retribuito, può ritrovarsi a lasciare la casa per dormire in una struttura per persone in difficoltà. È la storia di Simone. Contratto a tempo indeterminato in una grossa azienda del modenese, uno stipendio buono, almeno per gli standard attuali, una moglie e due figli. Non si nega niente, compra ciò che vuole, e quando non può comprarlo fa una finanziaria, tanto il suo stipendio stabile gli permette di pagare le rate. O almeno così pensa Simone. «L'errore in questi casi - spiega lo stesso Valenzano - è pensare che se tutto è andato bene finora, continuerà ad andare bene per sempre. Non è così». E non è così nemmeno nel caso di Simone: con la moglie ci sono problemi, arriva la separazione. È l’inizio di un bruttissimo periodo. Simone si ritrova a pagare l'affitto, le rate della finanziaria e gli alimenti a moglie e figli. Di colpo il suo dignitoso stipendio non basta più. Per un po’, come Roberto, Simone cerca di tenersi a galla in tutti i modi. Risparmia, spegne il riscaldamento, rinuncia alla macchina e si fa accompagnare al lavoro dai colleghi. Mangia alla mensa aziendale, fa di tutto per evitare di rinunciare anche alla casa. Ma anche per lui le pareti dell'imbuto si fanno sempre più scivolose. Alla fine deve rinunciare alla casa: ora vive in una struttura di accoglienza, continuando però ad avere il suo posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Per le statistiche anche lui non è tra i poveri. Anzi, avendo fatto diversi acquisti alla leggera, quando era convinto che tutto andasse bene, è addirittura tra quelli che contribuiscono a rilanciare i consumi.

 

LA PENSIONE INSUFFICIENTE

Un altro caso ormai molto diffuso è quello dei pensionati. Anche loro, almeno in linea teorica, dovrebbero essere rimasti fuori dalla crisi, ben lontani dai bordi di quell’imbuto che rappresenta la soglia della povertà. Ma non sempre è così. Nelle mense per i poveri i pensionati sono in aumento. Spesso sono persone sole. Hanno la casa, ma devono pagare l’affitto, e siccome la pensione è piccola, la scelta è tra l'affitto e il mangiare. Altre volte invece le pensioni sono addirittura due, la casa è di proprietà, non c’è nessun affitto da pagare, eppure si rischia la povertà. È il caso di Maria Pia. Una coppia di anziani, una casa, due pensioni dignitose e il diritto a una meritata tranquillità dopo una vita di lavoro. Maria Pia fa la volontaria nella sua parrocchia, dove spesso vengono aiutate persone in difficoltà. Ma poi accade uno di quegli imprevisti che semplicemente sarebbe meglio se non accadessero mai. Sua figlia si ammala di una malattia molto grave che comporta cure costose. È laureata, è sposata e ha due figli. Sia lei che suo marito sono disoccupati. A causa della malattia non può nemmeno cercare lavoro, dunque l'unico aiuto possibile è quello dei genitori, che con le loro due pensioni iniziano a mantenere due nuclei famigliari: loro stessi, la figlia, il genero e i nipoti. Per un po’ Maria Pia resiste, ma poi si ritrova a dover chiedere aiuto. Ed ecco un problema, sempre lo stesso: la vergogna. Maria Pia non se la sente di rivolgersi alla parrocchia, quella che frequenta e dove ha sempre aiutato gli altri. Quindi chiede aiuto altrove, lontano da facce conosciute.

IL SENSO DI FRUSTAZIONE

«Per i nuovi poveri è difficile dichiararsi poveri sia verso gli altri sia verso se stessi», spiega Valenzano. «C'è una rimozione, e un forte senso di frustrazione. La frustrazione di chi sente di aver fallito. Un po’ verso se stessi, un po’ verso la famiglia, perché si dava per scontato che le condizioni economiche dovessero migliorare, che investire sulla conoscenza avrebbe portato a un miglioramento. Queste persone si colpevolizzano, vivono la solitudine del fallimento». Raramente infatti lo scivolamento nella povertà viene percepito come ingiustizia sociale: non c'è la tendenza a dare la colpa agli altri, alla società, al vicino di casa con la Porsche. «Prevale la colpevolizzazione di sé», dice Valenzano. «E questo non è un bel segnale».

LE PIAGHE DEL DISAGIO

La povertà, o il rischio di povertà, spesso è dettato da scelte che si rivelano sbagliate: acquisti fatti senza riflettere, sottovalutazioni, indebitamenti. Non a caso nel rapporto Caritas del 2014 dal titolo “Il bilancio della crisi”, l'indebitamento da dipendenza da gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo e il fido bancario vengono messi sullo stesso piano, sottolineando come questo tipo di comportamenti abbiano «contribuito a generare nuove sacche di disagio». Persone che non si curano i denti ma fanno le vacanze, perché dire «sono stato dal dentista» non fa lo stesso effetto di dire «sono stato a Ibiza», altre che comprano tutto a rate, pensando che se finora se la sono cavate continueranno a cavarsela. Ma la povertà non è un caso, né una questione di colpe e responsabilità personali. «C'è un problema strutturale», conclude il coordinatore del centro d’ascolto Caritas Federico Valenzano, «che riguarda la lotta alle diseguaglianze. Finché non si mettono al centro delle politiche dei contrasti importanti alle diseguaglianze rischiamo di fare la lotta ai poveri invece della lotta alla povertà».

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