La lunga notte di Bonaccini dopo il disastro dell’affluenza
Sei elettori su dieci non vanno alle urne: mai successo nella storia dell’Emilia Romagna che in dieci anni ha perso la metà dei votanti. Su www.gazzettadimodena.it i risultati finali
Un flop? Un crollo? Un disastro? Parole ce ne sono, anche troppe, per decretare, ancor prima che si aprano le urne per lo spoglio, quello che è e sarà il primo partito delle Elezioni Regionali 2014: l’astensionismo.
Sei persone su dieci non sono andate a votare in provincia di Modena, dove l’affluenza si è fermata addirittura al 39 per cento, 38,92% per la precisione. Imbarazzante. Ancora peggio il dato su base regionale, che si è fermato al 37,78 per cento.
Mai l’affluenza era stata così scarsa, mai il segnale era arrivato così chiaro ai predecessori. Stefano Bonaccini, che ha vissuto a Bologna la sua lunga notte elettorale, aveva ragione a temere il numero di coloro che avrebbero deciso di non recarsi alle urne. Alto, altissimo. Il confronto è impietoso: alle Regionali del 2010 l’affluenza fu al 71,4 per cento, nel 2005 al 77,9 per cento. In dieci anni si è dimezzata. Questo è il primo segnale, inequivocabile. Se ne deve fare carico chi ha governato fino ad oggi, il Pd e chi ha cercato, in questa campagna elettorale, di riportare i cittadini vicini alla politica. Nessuno c’è riuscito.
L’attesa di Stefano Bonaccini è comunque tranquilla: è nel suo ufficio in Regione, accanto a lui i fedelissimi che lo hanno accompagnato in questa avventura: Arianna Barbieri, Andrea Rossi, Andrea Bortolamasi e Stefano Aurighi.
I primi dati gli danno ragione, come era ampiamente pronosticabile alla vigilia: pochi seggi scrutinati a cavallo della mezzanotte, ma Bonaccini è sopra il 50 per cento.
L’analisi dei dati della provincia di Modena è però davvero impietosa: a Carpi ha votato il 40,19 per cento, quando nel 2010 si era arrivati al 72,56 per cento. L’unico paese al di sopra del 50 per cento è stato Camposanto, col 51,81 per cento. Il paese dove si è votato meno in provincia di Modena è stato Frassinoro: 26,75 per cento.
Ad urne ancora aperte, ma con la chiara impressione che alla fine delle operazioni di voto non saranno piene, l'astensione diventa il nuovo tema dello scontro politico: l'opposizione incolpa Matteo Renzi di essere la causa del fatto che gli italiani non votino più; il governo, invece, si mostra certo della vittoria in entrambe le Regioni pur sottolineando che non servono a misurare il gradimento dell'esecutivo.
«Non sono un test per il Governo, non è un referendum», sottolinea il ministro Maria Elena Boschi certa comunque di incassare un'affermazione delle coalizioni di sinistra nelle due Regioni. «Ovviamente, credo che finirà con una vittoria del Pd in entrambi i casi», dice quando i dati sull’affluenza non sono ancora noti. Una difesa che forse punta a prevenire le bordate che, infatti, arrivano nel corso della giornata. L'attacco più forte arriva dalla minoranza Pd. «I primi dati dell'affluenza alle Regionali sono disarmanti. Da domani forse sarà più chiaro che la governabilità come unica stella, senza rappresentanza, è non solo un problema ma un vero e proprio pericolo», tuona Pippo Civati dal suo blog.
Chi ne fa una questione di Sinistra è il deputato Andrea De Maria: «Diciamo, avendo fatto campagna in mezzo alla gente, un clima che faceva prevedere un calo c'era, c'era difficoltà nella partecipazione. C'era un problema informativo per non aver votato con le altre. Poi c'era la vicinanza con gli sviluppi delle inchieste sui consiglieri. Ma si è anche pagato un prezzo legato alla sinistra rispetto alle discussioni degli ultimi mesi, anche sui temi del lavoro. Su questo va posto particolare attenzione da tutto il Pd. C’è voglia di cambiamento, di moralità, di sobrietà e di giustizia sociale».
Romano Prodi sembra mediare: «Il voto - dice uscendo al seggio poco dopo che sono stati diramati i dati sull'affluenza - è l'unico filo che ci lega sistematicamente alla democrazia, quindi uno può essere contento o scontento, ma se si rinuncia al voto si rinuncia a qualcosa». «Se si andrà su una percentuale al di sotto del 50% sarà un dato preoccupante». È Romano Prodi in serata a dare il senso di quello che sta capitando e che alla sede del Pd è stato il maggiore spauracchio di queste elezioni regionali.
Test o meno per il governo certo è che, come in altre occasioni, in Emilia Romagna non è solo il nome del futuro governatore a essere atteso. Qui infatti si giocano anche diverse partite nazionali. Quella della Lega e di Matteo Salvini che punta a superare Forza Italia per lanciare un’opa al momento improbabile per la leadership del centrodestra. E quella del Movimento 5 stelle che in questa regione alle ultime Europee ha ottenuto il 24% di voti. L’ultima campagna elettorale è stata all’insegna del «vinciamo noi».
Ora Beppe Grillo considererebbe un buon risultato per il M5S avere cinque consiglieri. Oggi è il giorno dei conti, e per molti non torneranno.
@dvdberti
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