«A Modena serve una rete per curare gli uomini violenti»
L’avvocato De Biase: «C’è un buon servizio Ausl, ma serve un sostegno più efficace». Flash mob, convegni e anche processi
Ieri - Giornata mondiale contro la violenza alle donne - Modena è stata al centro di numerose iniziative: un convegno in Questura, uno spettacolo alla Tenda, palloncini all’Ex Manifattura, la “camminata” in centro e il flash mob di One Billion Rising. Intanto però in tribunale si discutevano ben due casi di violenza sessuale al danni di donne. Uno era seguito come parte civile da una penalista in prima linea in questo ambito: l’avvocato Valeria De Biase.
Avvocato, lei ha accumulato una notevole esperienza sul campo.
«Ho iniziato una ventina di anni fa, nei primi anni Novanta, finendo dentro questo ambito un po' alla volta, quando ho iniziato a collaborare con il Centro contro la violenza alle donne in via Del Gambero. Prima mi interessavo a queste vicende, ma poi con l'Udi e il Comune di Modena ho iniziato a occuparmene intensamente».
L'assistenza legale di una donna che ha subito violenze gravi è un compito pesante.
«In genere il primo contatto con me è una richiesta di risposta a una domanda urgente: cosa devo fare? Mi chiedono come uscire da una situazione di violenze esasperanti. Mi occupo di donne adulte, vorrei essere chiara, perché poi c'è tutto il mondo degli abusi all'infanzia e ai minori. Quindi, queste donne ogni volta che mi espongono cosa è accaduto o sta accadendo in casa loro e con i loro figli, sfogano la violenza psicologica che hanno subito e cercano una tutela che non è solo psicofisica».
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In 20 anni cos'è cambiato?
«C'è stata una crescita fortissima di denunce. Ma è la punta di un iceberg. La massa sommersa è fatta di violenze domestiche che magari continuano da anni e producono sopraffazione. Va detto che oggi le donne denunciano di più le violenze grazie alle recenti leggi contro stalker e femminicidi».
Quanto pesa la gelosia?
«Poco. Non è la gelosia, ma un senso di possesso a rendere l'uomo violento. È diverso. Non parliamo di un uomo che ha screzi fisiologici con la coniuge ma di uno che esercita un potere sulle persone: sulla moglie e spesso sui figli. Uno che vuole controllare la famiglia e che quando gli sfugge di mano la situazione esercita violenza per ripristinarla. Può valere per una coppia di giovani, come per persone sposate e con figli. Prima che esploda la violenza cieca c'è un lungo periodo in cui l'uomo esercita fortissime pressioni psicologiche nella relazione. Sono uomini che non sanno gestire le relazioni, anche se credono di saperlo fare a modo loro. Poi ci sono tanti i casi di donne che subiscono violenza e restano sotto lo stesso tetto del marito perché non hanno soldi per andarsene».
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Si fa giustizia?
«A Modena possiamo dire che sia la Procura che il Tribunale sono sensibili alle dinamiche di queste violenze. Ci sono molti processi in corso, come quello di oggi, e in genere si cerca di equilibrare i tempi rispetto alle vicende. I magistrati intervengono sempre prima che la violenza esploda allontanando l'uomo, ma devono anche stare attenti a non agire troppo presto, altrimenti scatta la riappacificazione e la donna ritira la denuncia, anche con motivazioni poco visibili».
E fuori dal tribunale?
«Modena può essere orgogliosa della sua rete. Oggi una donna che subisce violenze non è più isolata come un tempo. Oggi va al consultorio, ai servizi sociali, dalle forze dell'ordine. E se viene picchiata, aggredita o stuprata le fanno un referto al pronto soccorso che fa scattare la denuncia. Insomma c'è una fitta rete di sostegno con strumenti anche sensibili per captare queste situazioni e farle emergere».
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Il caso più spinoso resta quello delle donne islamiche.
«È un aspetto culturale difficile. Ci sono risvolti che difficilmente sono visibili. Faccio un esempio concreto da un caso drammatico che sto seguendo. C’è una ragazza di un Paese islamico che è intelligente, autonoma, integrata. Eppure il suo compagno, un connazionale della stessa età, la picchiava per sottometterla. Il giudice lo ha messo ai domiciliari ma, chissà come, il giovane riesce a chiedere ai familiari nel suo Paese di fare vendetta. Ha innescato ritorsioni brutali contro i familiari della ragazza per farle ritirare la denuncia. La ragazza è disperata e non sa cosa fare. E a dire il vero neanche io so cosa fare. Perché il problema è loro. Mi spiego. Nel loro Paese queste ritorsioni violente sono frequenti, anche se la legge le punisce. Lei mi dice che se fossero a casa loro, lui sarebbe abbandonato in un carcere. Ma siamo in Italia, la legge da noi è diversa. Così nasce questa triangolazione della vendetta. Solo loro possono trovare la soluzione».
Noi cosa possiamo fare?
«Si può estendere la rete di sostegno e allargarla agli uomini violenti. Oggi l'Ausl di Modena dà un servizio di assistenza agli uomini violenti, però è volontario. In un caso come questo il giudice dovrebbe poter offrire a questo straniero violento le vendicativo la possibilità di cambiare frequentando questo servizio. Gli si darebbe un'alternativa reale. Probabilmente arriverebbe a capire cosa sta facendo».
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