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«La mia vita attaccata alla bombola d’ossigeno»

di Rino Filippin
«La mia vita attaccata alla bombola d’ossigeno»

Francesca Pagliarulo, 57 anni, è in lista d’attesa per il trapianto di polmoni: «Solo adesso capisco l’importanza sociale e umana della donazione d’organi»

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Una vita legata a una bombola d’ossigeno. Quando esce di casa, ma anche quando sta all’interno delle pareti domestiche. «L’Ausl mi ha dotato di un grande diffusore in modo che in casa io possa muovermi liberamente: l’ossigeno infatti è immesso all’interno dell’appartamento. Senza questi apparecchi non potrei vivere, non riuscirei ad avere la forza nemmeno per stare seduta a guardare la tv».

Francesca Pagliarulo, 57 anni, da 4 è ammalata di “Usual Interstitial Pneumonia, Uip”. I suoi polmoni, in parole povere, sono diventati “fibrosi” e poco elastici, incapaci dunque di assimilare l’ossigeno necessario per condurre quotidianamente una vita normale.

«La mia speranza è nel trapianto - spiega la donna - ma i tempi non saranno brevi. All’ospedale di Padova, dove sono in lista da alcuni mesi, mi hanno spiegato che possono passare anche due anni prima che si riescano a trovare gli organi giusti per me. Certo che se vi fossero più donatori...».

A questo punto Francesca ricorda cosa pensava a proposito dei trapianti prima di ammalarsi. «Concepivo la donazione solo tra parenti. Voglio dire: se mia figlia si fosse ammalata a un rene, certo che glielo avrei donato. Ma perché, pensavo, dopo la morte privarsi di parti del proprio corpo? Oggi vedo il tema sotto un altro aspetto e mi chiedo come facessi a essere così insensibile. Tutti dovrebbero essere iscritti all’Associazione donatori o lasciare detto ai loro cari che in casi estremi non vi sarà opposizione all’espianto. Non è solo un segno di civilità, ma anche di grande compassione per gli altri».

Francesca Pagliarulo si è ammalata 4 anni fa. «Mi hanno detto - spiega - che è stato un batterio. Le mie difese immunitarie erano basse e così mi ha attaccato i polmoni. Da allora la mia vita è cambiata. Intanto - prosegue - ho dovuto lasciare il lavoro. Oggi vivo con la pensione d’invalidità, circa 800 euro. Non sono pochi, ma senza l’aiuto di mia figlia non ce la farei, visto che da qualche anno sono vedova».

E dopo la scoperta della malattia il ricovero all’ospedale di Padova per gli esami previsti quando si è in attesa di essere sottoposti a trapianto.

«Sono stata ricoverata 3 settimane - racconta la donna -. Mi hanno sottoposto a ogni tipo di esame in vista dell’intervento. Quando capiterà sarà tutto più rapido. Spero che il trapianto arrivi il più presto possibile anche se, non lo nego, ho una grande paura di questo intervento».

La vita di Francesca ormai da anni è scandita da visite mediche frequenti ed esami specialistici nei vari ospedali. «Non è semplice avere a che fare con la sanità - commenta la donna -. A volte si ha la sensazione che i vari uffici non comunichino tra loro. Ti senti un po’ “sballottato”, ma poi alla fine le cose le fanno e anche bene. Diciamo che ci vuole molta pazienza, un atteggiamento che a volte viene a mancare quando si è malati gravi. In ogni caso ho comunque sempre trovato molta umanità da parte di tutti gli operatori, sia a Carpi, sia a Modena, al Policlinico dove sono in cura, sia a Padova dove sarò operata».

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