Gazzetta di Modena

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Lorenza, la mamma che parla con le ciglia

di Serena Arbizzi
Lorenza, la mamma che parla con le ciglia

Novi. La storia di una 48enne che da un anno lotta con un’aneurisma e ora spera nelle staminali

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NOVI. Lorenza Tarasconi era una donna in perfetta salute, che non aveva mai avuto problemi neurologici o fisici. Lavorava nell’ufficio di suo marito, Stefano Borellini, come impiegata e accudiva la casa, insieme alla figlia Erika. Poi, il 20 maggio dello scorso anno, nell’arco di pochi secondi, la vita di Lorenza e della sua famiglia cambiano radicalmente.

La donna, a 48 anni, viene colpita da un aneurisma cerebrale e la sua vita, da allora, è fatta di piccole conquiste, ottenute lottando contro gli effetti della malattia, circondata dall’amore di Erika e Stefano.

Lorenza parla con gli occhi, attraverso il battito delle ciglia riesce a comunicare le emozioni: dimostra così con determinazione la voglia incessante di rimanere aggrappata alla vita. Al battito di ciglia, ogni tanto, si aggiungono altri piccoli movimenti. Significativi traguardi ai quali Erika e Stefano vogliono assistere da vicino: per questo hanno riadattato parte dell’abitazione di Rovereto, attrezzandola per supportare le esigenze della loro Lorenza.

Erika e Stefano si documentano incessantemente sulle cure possibili e Lorenza, tra poco, tenterà una nuova cura: staminali autogene, prelevate dal suo corpo, centrifugate e reinserite. Un trattamento che viene effettuato a Vienna in cambio di una spesa elevata, alla quale, chiunque si senta di donare qualcosa può contribuire.

«Quel 20 maggio, mia mamma aveva appena finito di pulire la macchina quando mi ha detto di avere un forte mal di testa - racconta Erika - subito non ho fatto tanto caso alla cosa, perché mia mamma soffriva di mal di testa. Poi, improvvisamente, ho sentito un botto: sono corsa in bagno e L’ho trovata a terra. Ho iniziato a urlare, chiamandola cercando di sorreggerla con un braccio, mentre con l’altro chiamavo il 118. Arrivati al pronto soccorso, viene operata d’urgenza e la diagnosi è stata quella di rottura di un aneurisma celebrale nella zona della carotide. Passano le ore e quando i medici escono dalla sala operatoria ci comunicano che la mamma non sarebbe arrivata al giorno dopo. Non ci possiamo credere: lei, forte e coraggiosa, che non ce la fa. L’indomani, la mamma è in coma artificiale, ma è viva. Trascorrono i giorni e la lotta continua fino a quando il decimo giorno viene colpita da un effetto collaterale che provoca un’enorme zona ischemica. Viene interrotto il coma artificiale e, piano piano, da una leggera stretta di mano, alla riapertura degli occhi, la mamma fa progressi. Dopo un mese in neurorianimazione, altri nove mesi in un centro di neuroriabilitazione, io e mio padre decidiamo di portarla a casa e la accudiamo. La facciamo alzare in piedi e la portiamo a fare qualche giro fuori da Rovereto».

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