Uccise il padre. Catia Caliti come Franzoni vuole lavorare all’esterno
Il nuovo legale punta alla revisione del processo e all’attività fuori dal carcere Detenuta alla “Dozza” di Bologna. In primo grado la pena ammontava a 30 anni
Si riapre il caso dell’omicidio Caliti, una vicenda che all’epoca dei fatti destò profonda impressione. Condannata in via definitiva a 16 anni per l'omicidio del padre ottantottenne, ucciso la sera dell'11 febbraio 2010 nel suo appartamento nella zona di via Due Ponti, Catia Caliti, 52 anni, chiederà infatti di essere ammessa al lavoro esterno al carcere della Dozza di Bologna, dove è detenuta. L'istanza sarà presentata a breve alla Direzione della Casa Circondariale bolognese dal suo nuovo avvocato, il penalista bolognese Savino Lupo, cui la Caliti ha dato mandato, inoltre, di valutare l'esistenza di nuovi elementi che potrebbero eventualmente consentire di chiedere la revisione del processo. La Caliti, lo ricordiamo, fu arrestata dalla polizia di Stato una decina di giorni dopo l'omicidio, “incastrata” dalle macchie di sangue del padre Guido, trovate su una sua giacca. Secondo gli inquirenti, la donna colpì ripetutamente alla testa il pensionato con un oggetto, che però non è mai stato ritrovato.
Il movente individuato fu economico, legato al denaro che la donna aveva sottratto dal conto in banca del padre, approfittando della delega che le era stata data dal genitore. Nel processo di primo grado fu condannata a 30 anni, ridotti a 16 anni in appello con il riconoscimento di tutte le attenuanti e la pena è stata confermata in Cassazione. Ora, con il nuovo legale, Catia Caliti punta a far riaprire possibilmente il caso o, in alternativa, ad uscire dal carcere per lavorare, imboccando, spiega la difesa, un percorso simile a quello seguito da Annamaria Franzoni, per arrivare alla fine alla detenzione domiciliare.
La Cassazione, lo ricordiamo, confermò la sentenza di condanna a 16 anni di carcere inflitta in Appello a Catia Caliti. Il ricorso dell'avvocato difensore della donna, che all’epoca era il legale carpigiano Riccardo Pellciardi, fu dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte e arrivò dopo una sentenza d'Appello che, invece, aveva dimezzato la pena facendola passare dai trenta anni iniziali stabiliti in primo grado, a 16. Il corpo dell'anziano fu ritrovato senza vita sul divano, con il cranio sfondato, la mattina del 12 febbraio nell'abitazione di via Lucrezio. La porta d'ingresso non presentava segni di effrazione ed era stata scartata l'ipotesi di una rapina finita in tragedia. Le indagini, che furono in carico della Polizia di Stato, arrivarono alla figlia Catia anche per la evidente presenza, come abbiamo detto, di sangue sul giubbino della donna, malgrado lei abbia più volte sostenuto sostenuto di essersi sporcata quando aveva trovato il cadavere in casa, riverso sul divano dell’ingresso. Un caso che scosse l’intera città e che ora, dunque, torna alla ribalta della cronaca.
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