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IL PERSONAGGIO

Riccardo Zaccaria il principe del deserto arriva, di corsa, da Nonantola

di Filippo Franchini
Riccardo Zaccaria il principe del deserto arriva, di corsa, da Nonantola

In sei giorni 165 chilometri sulla sabbia dell’Oman in autonomia e senza la possibilità di comunicare con il mondo

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Ci sono avventure in cui risulta estremamente arduo valutare dove si ferma la pazzia e dove ha inizio il fascino. Perché si tratta di un confine sottile e valicarlo è un attimo. Riccardo Zaccaria, nonantolano classe 1971, quel confine lo ha scavalcato di corsa, mentre le sue scarpe affondavano nella sabbia dell'Oman. «È stata un'avventura fantastica ed una pazzia bella e buona - ci scherza su, all'indomani dell'impresa che lo ha visto portare a termine con successo la seconda edizione della Oman Desert Marathon - era la prima volta che mi cimentavo in un’ultramaratona come questa, da gestire in condizioni di completa autosufficienza. Un raid con 6 tappe consecutive attraverso il deserto, una al giorno per un totale di 165 chilometri».

Autosufficienza significa poter contare esclusivamente sulle proprie forze. Non solo in gara, ma anche una volta oltrepassato il traguardo della tappa. «È questo l'aspetto che più mi intrigava. Avevo già corso nel deserto, nel 2011, la 100 chilometri in Senegal, ma, per quanto dura, finita la corsa era l'organizzazione che pensava a tutto. A noi non restava che riposarci, in Oman invece eravamo soli e potevamo contare solamente su noi stessi».

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Le immagini sono nitide e le parole raccontano una storia che parla sì di corsa, ma che va ben al di là del mero gesto atletico. E mentre la voce vibra, la pazzia si arresta e cede il passo al fascino dell'impresa. «Ho preparato la gara in maniera meticolosa, fisicamente, ma ancor prima a livello mentale - spiega Riccardo - come succede spesso, tuttavia, la realtà finisce per andare al di là. Ripenso alla fatica, alla solitudine ed all'inebriante senso di libertà. A scenari da mozzare il fiato, ai silenzi ed ai profumi. Al campo allestito al termine delle tappe, alle tende arabe dove dormivamo in 15, al caldo torrido da 45 gradi al sole, alla pioggia torrenziale ed alle notti da 2 gradi, avvolti nel sacco a pelo. Alla fame, alla sete ed alla fatica, ma anche alla gioia ed alla soddisfazione».

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Uno zaino per amico, inseparabile. L'arte è quella di riempirlo con lo stretto indispensabile, in modo da avere sempre con sè quel che serve e lasciare indietro il superfluo. «Ho imparato a convivere con quei 5,7 chili sulle spalle - racconta l'atleta di Nonantola - in così poco spazio, ogni oggetto aveva il suo posto preciso: indumenti tecnici, il sacco a pelo, buste da 100 grammi di cibo liofilizzato, gli integratori e tanto grana, impacchettato in confezioni sottovuoto da 40 grammi l'una. Poi le due borracce da 1 litro e mezzo, perché evitare la disidratazione è la cosa più importante ed allo stesso tempo più difficile da fare. Durante le varie tappe, avevamo un checkpoint ogni 10 chilometri, dove potevamo ricaricare le borracce. L’acqua è l’unica cosa che l'organizzazione fornisce liberamente durante e dopo la corsa. E tu devi importi di bere un sorso ogni 2-3 minuti perché correre nel deserto con 40 gradi a picco sulla pelle ti porta a disidratarti in un attimo. Ho visto tanti atleti preparati cadere vittima di crisi idriche e dover rinunciare. Il problema vero è che anche solo ricordarsi di mandare giù un sorso così spesso diventa asfissiante».

Riccardo racconta le origini: «Ho sempre amato gli sport poco ortodossi. Nasco come pilota di motocross, poi un passaggio con la pallamano ed un'adolescenza guidando in pista i kart insieme a Trulli e Fisichella, fino al quinto posto italiano nel 1988. La corsa arriva solo nel 2006, insieme alla passione per le uscite in montagna, i trail e le gare di resistenza. Il pallino per il deserto, invece, ce l'ho sin da bambino. Non mi sento un supereroe, tutt'altro. Sono arrivato alle ultramaratone per gradi, grazie ad un percorso progressivo in cui ho avuto la fortuna di affidarmi ad un coach prezioso come Lorenzo Calza, che mi segue da tre anni. Ci ho messo cinque mesi per preparare la Oman Marathon: un periodo fatto di lavoro atletico, potenziamento muscolare, lunghe sessioni di corsa in montagna e simulazioni estive sulla sabbia, negli orari centrali del giorno e con lo zaino in spalla, per replicare l'intensità. Ho corso 5/6 volte a settimana, attestandomi sui 130 chilometri settimanali durante il picco».

È sfida estenuante per chi corre, ma lo è altrettanto per chi aspetta a casa. «Essere moglie, figlia o genitore di chi sostiene un’esperienza di questo genere vuol dire esserne indirettamente partecipe. Faticare senza fare chilometri. Sostenere, pazientare, assecondare ed incoraggiare. Sminuire, ma controllare, sperare, preoccuparsi, tifare e sospirare. Emozionarsi, stimare e stimarsi ed infine festeggiare». Considerazioni estemporanee di Sabrina, moglie di Riccardo. «Devo tantissimo alla mia famiglia, che mi ha appoggiato, sopportato e permesso di dedicare buona parte del mio tempo libero degli ultimi mesi a preparare quest’impresa - ammette Zaccaria - Il distacco totale da mia moglie e dalle mie due figlie è l’aspetto che più mi è pesato in quei sei giorni. L’organizzazione avrebbe dovuto pubblicare giornalmente la classifica con un satellitare, che però pare si sia rotto al secondo giorno, lasciando di fatto casa mia al buio di notizie da domenica a giovedì pomeriggio». Un’esperienza intensa, che ha richiesto sacrifici e privazioni, ma che ha anche lasciato tanto in dote. «Al di sopra di tutto, sono due le cose di cui ci si rende conto affrontando una sfida di questo tipo - conclude Riccardo - la prima è che il tuo fisico si abitua a tutto, quando la mente riesce a restare lucida. Si abitua ad assumere 2200 chilocalorie al giorno e a consumarne fino a 3000, si abitua a bruciare grassi, al caldo, alla sete ed al freddo. E tu ti abitui a preoccuparti solo dello stretto indispensabile, tornando quasi ad una condizione primordiale. La seconda cosa è la consapevolezza che quel che spesso ci serve è proprio poco, senza che ci manchi davvero qualcosa. Ti insegna a godere appieno delle piccole cose di ogni giorno, senza darle mai per scontate».

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