Così mister Zarzana fa giocare a calcio anche gli amputati
«La cosa più difficile è convivere con i sentimenti forti che questi ragazzi ti fanno provare con le loro storie»
Giocare a calcio senza una gamba, reggendosi sulle stampelle. Vale la pena vedere una di queste partite, almeno una volta nella vita, per avere un esempio di grinta, determinazione e di quelle emozioni che solo lo sport riesce a regalare.
Poi c’è chi questi ragazzi li allena, li motiva, li assiste, li sgrida, li educa. È qui che c’è un po’ di Modena nella nazionale italiana di calcio amputati, grazie al secondo allenatore Paolo Zarzana. Originario di Palermo ma modenese doc da decenni, Zarzana nasce come educatore con la passione per lo sport, lavora con i diversamente abili per una cooperativa e contemporaneamente inizia anche la sua strada di volontario. Oggi è direttore di una scuola materna a Corlo, capogruppo del Pd nel consiglio comunale di Formigine ed è con il Csi di Modena, Centro Sportivo Italiano, che trova la sua strada per unire le sue due passioni: l’impegno nel sociale e la passione per lo sport.
Zarzana, con la delegazione azzurra, debutterà oggi in Messico ai campionati del mondo di calcio amputati.
La nazionale ha due anni di vita e nasce da una ferma volontà del giovane reggiano Francesco Messori, allora 14enne: nato senza una gamba, s’è attivato tramite i social network per reperire altri che come lui, nonostante questo tipo di disabilità, non volevano rinunciare al gioco del calcio. Così ha reclutato, con il sostegno del Csi, un gruppo di circa 20 giocatori che, per un incidente o problemi congeniti, sono privi di un arto inferiore (ad eccezione del portiere, amputato ad uno degli arti superiori, così come da regolamento avviene per tutte le Nazionali Amputati).
E Zarzana questi ragazzi li segue da vicino, nei fine settimana: «È un’avventura stupenda che mi sta facendo crescere tanto nonostante sia abituato da tempo a lavorare con persone che hanno difficoltà dovute a forme di disabilità psichiche e motorie più o meno gravi».
Quando ha iniziato a lavorare nel sociale?
«Era il 1995. Mi occupavo di inserimenti lavorativi e tutti i giorni era una avventura, una bella avventura fatta di storie, di persone, di voglia di vivere. Come quella che vedo qui in questo gruppo, dove il calcio è solo un modo per stare insieme e per dire che nella vita bisogna crederci».
Qual è la cosa più difficile?
«Convivere con i sentimenti. Quando hai la fortuna di avere accanto a te persone che ti insegnano qualcosa con la loro storia e la loro esperienza per forza ti affezioni. La loro vita diventa parte della tua perché sai che cosa c’è dietro a ogni loro sguardo, a ogni loro sorriso, a ogni loro lacrima. Sono atleti a tutti gli effetti e vivono l’impegno agonistico con la stessa grinta degli altri. Ma sanno tutti bene che cosa è la vita, non si perdono in cose inutili».
Come vi è venuta l’idea della nazionale?
«Il merito è di Francesco, uno dei ragazzi: voleva giocare a su Facebook ha iniziato a cercare altre persone nelle sue condizioni disposte a mettersi in gioco. È stato un successo che il Csi ha avuto il merito di capire».
Quando le hanno chiesto di collaborare?
«Fin da subito. Da anni collaboro con il Csi di Modena in ambito sociale, scolastico e seguo un progetto di inserimento sportivo delle persone diversamente abili nelle scuole. È con questa esperienza che sono arrivato nella commissione del Csi nazionale. E quando c’è stata questa esigenza mi sono messo a disposizione. Da alcuni anni non allenavo più, ma tornare sul campo con questa squadra ha tutto un altro sapore».
C’è una storia che più di tutte l’ha impressionata?
«Quella di Daniel. Era un portiere promettente, giocava a Cecina in serie D. Aveva davanti un futuro perché a 17 anni era alle soglie del professionismo. Poi un infortunio di gioco, si rompe il braccio. Una storia di dolore, di malasanità, a tal punto che è stato costretto all’amputazione. È ancora un grande portiere comunque, e lo dimostra tutte le volte che scende in campo».
Ultimamente dedica parte del suo tempo anche alla politica: che cosa dovrebbe fare oggi la società per sostenere queste esperienze?
«Dovrebbe attuare delle azioni concrete a favore delle famiglie, che spesso si annullano per poter sostenere i parenti colpiti da queste disabilità. Il sostegno si misura anche in possibilità lavorative, occasioni di riscatto e inserimento in una società che spesso, purtroppo, è chiusa a queste forme di inclusione. Esempi come quello della nazionale amputati spero servano a far capire alla gente che non si può negare nulla a nessuno quando si tratta di diritti».
Nel girone degli azzurri di capitan Messori, che inizieranno oggi, ci sono Messico, Polonia e Georgia. «Siamo carichi e preparati, vogliamo divertirci e vincere», dice il reggiano Francesco Messori che ha regalato la sua fascia a Papa Francesco lo scorso giugno e incontrato la Nazionale di calcio. Speriamo che in Messico vada meglio in Brasile, ma il solo fatto di esserci è già una grande vittoria.
@dvdberti
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