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L’alluvione e le colpe dell’uomo «Sicurezza? Serviranno decenni»

di Gabriele Farina
L’alluvione e le colpe dell’uomo «Sicurezza? Serviranno decenni»

Esperti della commissione tecnica e docenti universitari a confronto sul disastro del gennaio scorso «Tempi lunghi, dobbiamo imparare a convivere col pericolo». «Va superata la logica dell’emergenza»

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«La prova sicura non ci sarà mai, ma l’impatto degli animali selvatici è rilevante». Così Stefano Orlandini, docente a Ingegneria, ha sintetizzato il lavoro svolto nella commissione scientifica sulla rottura dell’argine del Secchia, origine della disastrosa alluvione di gennaio. Il professore di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia dell’ateneo è uno degli esperti intervenuti in un incontro sul dissesto idrogeologico. La “lezione” s’è tenuta nella sede dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti. Altri risultati? Le casse d’espansione sono state promosse, con riserva, l’uomo è stato (spesso) bocciato.

LA NUTRIA È SALVA? Diciannove gennaio 2014, San Matteo. Una breccia in un tratto rettilineo dell’argine provoca la fuoriuscita di cento milioni di metri cubi di acqua. I danni quantificati sfiorano i quattrocento milioni di euro, un uomo perderà la vita.

«La struttura dell’argine ha lavorato al limite - ha spiegato Orlandini - il problema non è quello. Già nel marzo 2010 c’erano fori, a dimostrare la presenza di animali selvatici. Nel febbraio di quest’anno, girando sui luoghi del cantiere, c’erano orme fresche di tassi o istrici. Una prova sicura non c’è e non ci sarà mai».

Tuttavia, nel banco degli imputati ecco «istrici, tassi, volpi e in ultima analisi nutrie», subito indicate come “colpevoli” al di fuori del mondo accademico. «I risultati sono ancora in corso di validazione», ha ammonito Orlandini.

Non tutti i presenti hanno concordato con l’analisi. «Le tane hanno una profondità di pochi metri - ha ribattuto Giovanni Tosatti, docente di Scienze geologiche - e la fauna è cambiata in tutti gli argini. Perché proprio a San Matteo, in un tratto rettilineo? Nelle rotture precedenti nessuno ha tirato in ballo gli animali. Può essere una concausa».

«Gli effetti delle tane non possono essere messi in discussione - ha risposto Orlandini - ci sono foto e testimonianze dirette».

«Abbiamo tutti convenuto che la presenza delle tane - ha aggiunto Luigi D’Alpaos, il presidente della commissione - sia un elemento fondamentale d’indebolimento dell’arginatura. L’argine integro con un modesto livello di sicurezza era stabile, bucato era instabile».

«Il rischio idrico è concreto», ha ripreso Luigi Sala, ricercatore al Dipartimento di Scienze della Vita. Sala ha ricordato le 6.223 nutrie e le 555 nutrie prelevate nel 2012 nell’ambito territoriale di caccia di Modena1, auspicando un «aggiornamento dei piani di controllo anche sui tassi (ora non cacciabili)».

TAGLI E DANNI Doriano Castaldini, docente di Geografia fisica e Geomorfologia dell’ateneo, chiama in causa l’uomo. «Siamo andati a occupare spazi che prima erano del fiume - ha detto il professore - per evitare le alluvioni abbiamo tagliato meandri, come il ramo della Lunga a Finale. Il Panaro ha avuto una riduzione del 13%, il Secchia del 12%. Le acque scorrono più velocemente e sono quindi più pericolose».

Per lui «il sistema delle casse d’espansione ha funzionato, anche se non sono state collaudate».

«I collaudi non sono necessari per garantire l’efficacia - ha ripreso Orlandini - né per migliorarla. Le casse d’espansione avrebbero contenuto 12 milioni di metri cubi del Secchia. Nel novembre 2012 senza di esse Modena sarebbe stata invasa dall’acqua».

La mattina d’incontri s’è conclusa con il racconto di Alessio Mori, vicesindaco di Bastiglia. «Solo per le abitazioni principali, le vetture e i beni di prima necessità servivano cinquanta milioni - ha spiegato Mori - e altri cinquanta per la messa in sicurezza. A oggi è arrivato il 60% dei fondi».

Presentato il libro “Tracce d’acqua” con testimonianze dei genitori della scuola “Andersen”.

LA RISPOSTA? È IN NOI Il meteorologo Luca Lombroso ha analizzato la piovosità di gennaio e il legame con i cambiamenti climatici. «Sono un’aggravante, non un’attenuante», ha detto. Tra gli interventi umani criticati, «la nuova tratta ferroviaria a Modena a duecento metri dal fiume».

Alessandro Corsini, professore associato di Geologia applicata, ha esposto i rischi delle frane. «In Italia non è vietato edificare presso le frane quiescenti - ha ricordato - spesso è capitato che siano nati paesi su frane poi tornate». Tre le soluzioni: «prevenzione, previsione e risposta, che può essere l’intervento ex post o le misure ex ante».

«Bisogna superare la logica dell’emergenza», ha detto Mario Panizza, vicepresidente dell’Accademia. «Gli atti pubblicati dalla commissione De Marchi - ha concluso D’Alpaos - dovevano essere un punto di partenza, ma sono stati ignorati. È un problema politico. La questione idraulica deve essere prioritaria. Servono almeno trent’anni se ci impegniamo, non possiamo aspettare effetti miracolosi. Nel frattempo, dobbiamo imparare a convivere con le alluvioni».

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