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Usura: baristi e imprenditori nella rete

Carlo Gregori
Usura: baristi e imprenditori nella rete

Le vittime testimoniano su prestiti in cambio di pegni ingenti e interessi che arrivavano fino al 180% senza una scadenza

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Anatomia di un presunto caso di usura: ieri in tribunale, davanti alla Prima sezione presieduta dal giudice Di Bari, sono comparsi alcuni usurati vittime dell’imputata: Angela B.. È la compagna di Vincenzo E., “Enzo”, che sempre per usura in concorso è sotto giudizio abbreviato davanti al gup Maria Teresa Magno: il pm Enrico Stefani per lui ha chiesto 4 anni di carcere, il suo difensore avvocato Peter Martinelli ha chiesto l’assoluzione; si attende la sentenza del giudice. Il meccanismo spiegato ieri mattina dalle vittime era sempre uguale. Si tratta di piccoli imprenditori - trasporti, bar ed edilizia - che sono precipitati nell’imbuto della crisi: fidi bancari esauriti, zero liquidità, crediti non riscossi, nessuna prospettiva di finanziamento, necessità di pagare fornitori e dipendenti. Tutti sono entrati in contatto con “Enzo” per ottenere un prestito-tampone in cambio di preziosi e orologi di marca in pegno. Il tasso usurario contestato dall’accusa era applicato mese per mese con una richiesta, in base a un calcolo complesso, del 180% all’anno.

Il caso più significativo è quello di un barista che si trova a corto di denaro quando deve pagare subito gli stipendi a sei dipendenti. Così entra in contatto, tramite un altro barista che si ritiene anche lui “strozzato”, con "Enzo" e in seguito la sua compagna, Angela.

Così il barista si incontra con "Enzo", gli spiega il suo problema e ottiene un prestito di 5mila euro. Con una decurtazione immediata di 300 euro (riceve 4.700 euro in contanti). Quei 300 euro sono l’interesse del primo mese. Un assaggio. Perché per 15 mensilità il barista consegnerà la busta chiusa con quella somma a lui o a lei. Per tutta la sua deposizione è però rimasto il dubbio sull’entità dell’importo finale. Finché è emerso che i 300 euro non avevano in realtà una scadenza: erano il 10% al mese per la somma prestata e quel mensile si sarebbe estinto solo quando il barista avesse restituito la somma iniziale. Ma, come spiegato, non è accaduto perché nel frattempo i due imputati sono stati arrestati al termine dell’indagine delle “fiamme gialle” coordinata dal dottor Stefani.

Il barista ha raccontato anche la questione del pegno. Come raccontato anche dalle altre vittime, ha consegnato a “Enzo” tutti i gioielli e preziosi di famiglia che è riuscito a racimolare: nel suo caso, due etti d’oro. Li ha consegnati come pegno per il prestito iniziale. Per riscattare quel pegno veniva chiesto un interesse del 5% al mese. Ecco quindi che la macchina infernale prevedeva un 120% all’anno per il denaro e il 60% per i gioielli in pregno. Per un totale del 180%.

Le vittime hanno raccontato di essere rimaste stritolate tra assegni e prestiti in contante per cui era difficile se non impossibile tenere la contabità aggiornata. Un imprenditore modenese dei trasporti su furgone ha improvvisamente ricordato in aula un prestito iniziale che aveva rimosso. Un fenomeno, la rimozione, diffuso anche tra altri usurati. Un altro barista ha ricordato che per poche migliaia di euro si è trovato avviluppato in una rete di debiti e interessi che alla fine non era possibile ricostruire in dettaglio. Per tutti, una vita di paura e vergogna. E per tutti il pagamento mensile dell’interesse senza prospettive concrete di riscattare il debito e i pegni. Prossima udienza in settembre.

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