«La prevenzione è compito della politica»
Il seminario con il prof. Albarello: «Noi scienziati possiamo aiutare, ma le previsioni sono impossibili»
Prevedere i terremoti? Una «scommessa» su cui incide la politica. Il professor Dario Albarello, direttore del progetto sulla “Previsione e preparazione a breve termine dai terremoti”, ha tenuto ieri una lezione sul tema al dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche di Modena. Lo scienziato è stato definito un «allibratore» che pone ai politici i problemi. Mentre la sua parte è «piccola e marginale», tanto possono i governanti e i cittadini. Non dare una risposta non è la strada. «Potete rifiutare di scommettere in generale - ha ammonito Albarello, docente anche all’ateneo modenese - ma non potete rifiutare di “giocare” in Italia con il terremoto. I decisori politici sono responsabili e imputabili delle scelte, ma prima di tutto lo è il cittadino. Ciascuno di voi deve sapere lo stato della casa in cui abita». L’ospite ha demolito alcuni luoghi comuni. «Non è vero che i terremoti non si possono prevedere perché c’è tutta la normativa edilizia». Sulle vite umane, «è intrinsecamente sbagliato dire che la prevenzione serve a quello perché le vite si salvano costruendo bene: è la casa che uccide il cittadino». In tal senso, dire che una vita è inestimabile «vuol dire che non vale nulla». Per essere utile, la prevenzione deve dunque ridurre i danni attesi, vicini e lontani. «Il terremoto della Bassa - ha spiegato - ha bloccato le dialisi in tutto il mondo: morivano persone in Giappone». Albarello ha poi definito quattro concetti chiavi. La pericolosità, cioè la possibilità che si verifichi un dato evento, immutabile «nonostante il delirio d’onnipotenza dell’uomo». La vulnerabilità e l’esposizione, qualitativa e quantitativa di beni. Entrambi sono conoscibili e mutabili. Infine, la resilienza cioè «la capacità di una certa popolazione di reagire: l’Emilia ha reagito in modo de L’Aquila». Quando parte, una scossa sismica «non si sa dove arriverà. Conosciamo la propagazione delle onde, non le caratteristiche del mezzo». E i tempi di previsione? Quelle a breve termine (da qualche ora a qualche mese) «servono solo a preparare la popolazione al terremoto, senza intervenire sugli edifici». Perché spesso è quella più praticata? «Perché meno onerosa da un punto di vista politico: si evita l’assunzione di responsabilità». Il modello da lui coordinato cerca «indizi, non prove» osservando dati sismici ed elettromagnetiche, emissioni termiche al suolo e deformazioni riprese via satellite. La «scelta più sensata» resta la previsione a medio-lungo termine. Alcuni effetti sono le carte di microzonazione sismica o la mappa di pericolosità sismica del territorio. Le risposte restano però sempre nel campo probabilistico. «Non esiste una tabella che colleghi probabilità, intensità, azioni e costi». In assenza di risposte al 100%, serve «scegliere le azioni da fare e il valore dei beni da difendere, le scuole piuttosto che le chiese. L’unica arma è quella legislativa».
Gabriele Farina
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