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Prodi: «Il distretto? La testa stia a Sassuolo»

Prodi: «Il distretto? La testa stia a Sassuolo»

Sul giornale Cer un’analisi approfondita dell’ex premier sul settore ceramico e le sue prospettive

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Il futuro prossimo dell'industria e del distretto della ceramica italiana è il tema di un saggio che il professor Romano Prodi ha scritto per Cer, testata di Confindustria Ceramica: Prodi analizza i fattori di successo e le prospettive delle imprese ceramiche. Di seguito alcuni passi del saggio.

«Quando ho cominciato ad occuparmi del settore ceramico - scrive Prodi - stava concludendo la sua primissima fase di sviluppo. Sono passati tanti anni ed oggi l’industria e il distretto ceramico sono totalmente diversi. Il vantaggio comparato era, è, e deve rimanere nel capitale umano. Imprenditori di processo e di prodotto, con voglia di intraprendere, tecnici e operai formati da strutture di alto livello. Oggi stiamo assistendo all’ultima fase di globalizzazione del distretto. Una fase nuova e relativamente poco comune nell’esperienza dei distretti italiani: il passaggio in mano straniera di alcuni produttori italiani. Se limitata nel numero e compensata da nostri acquisti all’estero non possiamo dare un giudizio negativo di questa ulteriore evoluzione. Possiamo però dire che esistono due modi per affrontarla. Uno è quello di vedere l’acquisto delle imprese italiane da parte di produttori stranieri come esclusivamente un impoverimento. La seconda è quella che invece vuole provare ad integrare ancora di più il distretto e le sue imprese nelle filiere globali e che vede questo fenomeno come una evoluzione necessaria. La capacità d’innovare prima degli altri, anche poco prima, è la chiave per mantenere una leadership sul design e quindi mantenere margini più elevati. Un distretto, quindi, che non può più essere solo produttivo ma deve essere anche centro logistico distributivo e centro d’innovazione. In sostanza un distretto che deve riuscire a mantenere a Sassuolo la “testa” delle imprese che vengono acquistate da operatori stranieri. Sfida difficile perché la testa si sposta più velocemente di una linea produttiva, soprattutto se le imprese acquirenti hanno una dimensione superiore e operano con mentalità globale, per cui spostare impianti produttivi o centri decisionali è sempre all’ordine del giorno. Mantenere le eccellenze, le specialità e i legami del distretto è l’elemento forte del nostro futuro. Rimangono sicuramente alcuni punti di debolezza, primo tra tutti la fragilità del mercato interno che (anche se ridotto) rimane lo zoccolo duro per le produzioni italiane. Il costo dell’energia è sempre un punto nero. Una nuova politica industriale del settore deve rafforzare sia le imprese che il distretto di cui le imprese sono figlie. Diventa un compito non trascurabile quello di aiutare a preparare le successioni e a rendere prioritaria una cultura volta a preparare le strategie necessarie a fare fronte ad eventi prevedibili e imprevedibili delle realtà famigliari.

Molto spesso i cambiamenti generazionali diventano elementi acceleratori di una politica di fusione fra le imprese. Esclusi alcuni casi di marcata specializzazione, i problemi delle dimensioni aziendali sussistono e sono di importanza dominante. Bisogna impiegare maggiori risorse nella preparazione delle risorse umane, sia a livello di scuola tecnica sia nei rapporti con le università del territorio. Nessuno di questi obiettivi può essere raggiunto con una strategia autarchica ed autosufficiente del distretto: la sua forza è quella di aprirsi e di adottare al settore ceramico le infinite innovazioni che avvengono in altri campi in tutto il mondo. Io sono sicuro che questa forza esista ancora nel nostro Paese e sono perciò convinto che le imprese ceramiche italiane possano restare ai vertici mondiali per ancora molti decenni».

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