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Ex Sipe, le foto dell’abbandono

di Stefano Luppi
Ex Sipe, le foto dell’abbandono

Spilamberto. L’edificio protagonista di una mostra alla Galleria civica di Modena

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SPILAMBERTO. La Galleria civica d'arte contemporanea di Modena riporta d'attualità attraverso una mostra fotografica l'area oggi abbandonata dell’ex Sipe Nobel, il vecchio stabilimento di prodotti esplodenti. Il museo fino al prossimo primo marzo apre al pubblico la mostra “Robert Pettena. Noble Explosion”: il curatore Marco Pierini espone alcune decine di fotografie realizzate dal noto fotografo inglese nei luoghi italiani dove Alfred Nobel, inventore della dinamite a metà dell'Ottocento, aprì le sue fabbriche. Tra esse, insieme alle sedi di Avigliana (Torino), Forte dei Marmi (Lucca), Cengio (Savona), c'è appunto la grossa fabbrica di Spilamberto. Oggi questo luogo, che doveva diventare nuova sede del locale Tecnopolo, è abbandonata e va verso un pericoloso degrado: lo si vede dalle immagini realizzate dall'artista inglese che vive e lavora a Firenze. Si vedono i vari edifici che facevano parte della fabbrica di Nobel che qui iniziò a operare nel 1901, oggi abbandonati, ma ripresi con un occhio artistico che ne mettono in risalto l'importanza dal punto di vista di bene di archeologica industriale. Che andrebbe restaurato definendo finalmente una funzione. Che l'ex Sipe sia un luogo importante del resto lo attesta anche il fatto che poche settimane fa è finito nella classifica del Fai dei “Luoghi del cuore” scelti dal Fondo per l'ambiente italiano. L'ex stabilimento Sipe è infatti un complesso di archeologia industriale costituito una stupenda polveriera napoleonica ed edifici risalenti alla fine del XIX secolo. In quest'area, scelta non a caso dall'inventore della dinamite e del futuro premio mondiale dato agli scienziati, già all'inizio del '500 sorgeva un polverificio fatto costruire dal Duca Alfonso I d'Este per dotare il suo esercito di una moderna artiglieria. Lo stabilimento conobbe un periodo di grande produttività durante l'occupazione napoleonica, poi con le due guerre mondiale, divenuto Sipe, venne ampliato. In seguito furono costruiti nuovi impianti con caratteristiche architettoniche all'avanguardia e durante la seconda guerra mondiale si aggiunse un reparto per il caricamento delle grandi mine richieste dalla Marina Militare Italiana. Alla fine della guerra gli impianti vennero riorganizzati e negli anni Novanta le produzioni militari vennero interrotte definitivamente. «Il degrado attuale del complesso - scrive il Fai - rischia di cancellare una preziosa testimonianza storica e identitaria del nostro passato».

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