«La ditta non ci paga, siamo disperati»
Campogalliano. Due coniugi dipendenti della Paterlini srl: «Trattamento inaccettabile. Come sfamiamo i nostri figli?»
CAMPOGALLIANO. Dodici stipendi non pagati a marito e moglie, dipendenti della stessa azienda e con tre figli da mantenere.
È la storia di Nicola, 35 anni, ed Elena Soncini, 42, operai della Paterlini srl di San Martino in Rio, nel reggiano, specializzata nella produzione di macchine e tecnologia per l’agricoltura.
Da mesi l’azienda non naviga in buone acque e ai due coniugi non sono state pagate sei mensilità a testa. In più, Elena 10 mesi fa ha partorito una bambina trovandosi, quindi, in maternità obbligatoria. Secondo quanto denunciato dai due coniugi, l’azienda avrebbe scalato dalle tasse la quota di rimborso Inps, senza però erogare nulla ad Elena. Inoltre, sebbene la retribuzione di settembre sia stata pagata agli altri dipendenti della ditta, Nicola ed Elena affermano di essere stati gli unici due a non avere ricevuto alcun compenso, a differenza di tutti gli altri colleghi, regolarmente saldati.
«La questione è articolata – racconta Nicola – mia moglie Elena, ad oggi, deve ancora ricevere all’incirca sei buste paga, alcune delle quali risalenti addirittura allo scorso anno. In più, per i mesi della maternità obbligatoria, l’azienda ha ricevuto il contributo Inps, decurtandolo dalle tasse, ma a lei non ha mai versato nulla. Possiamo aggiungere che nei mesi scorsi la ditta ha anche chiesto il concordato preventivo. Qualche giorno prima, la Paterlini ha pagato le buste paga di settembre a tutti i dipendenti tranne a noi due: me e mia moglie. In un’altra occasione, i sindacati, tramite l’Inca, mi hanno suggerito di richiedere al datore di lavoro una sua dichiarazione con cui lui dichiarasse di avere difficoltà e di non riuscire a pagare la maternità di Elena. Niente da fare. Non mi ha rilasciato quel foglio e, anzi, mi ha detto di non essere al corrente della nostra situazione. Anche mia madre, amica di vecchia data del titolare, ha provato a chiedere quella dichiarazione che ci avrebbe concesso di ricercare più agevolmente una soluzione al mancato pagamento delle mensilità che ancora dobbiamo ottenere. Non c’è stato verso. Ad un certo punto, l’unica soluzione per potere tirare avanti, per assurdo, è stata quella di rimanere a casa da lavorare. Il primo ottobre mi sono licenziato per giusta causa per poter ricevere il sussidio di disoccupazione e portare a moglie e figli qualche soldo per poterli mantenere e farli mangiare. Ma non finisce qui. Il curatore fallimentare è riuscito a pagare la maternità di ottobre di Elena ed è anche riuscito a fare erogare a me 416,17 euro: molto meno di tutta la somma che dovrei percepire, ma intanto l’abbiamo preso come un segnale positivo. Qualcosa stava iniziando a muoversi. E invece no, non era così. Il concordato il 25 novembre scorso è stato bloccato e, di conseguenza, tutti i pagamenti sono stati sospesi. In tutto, facendo un rapido calcolo, io dovrei avere dalla ditta sui 33mila euro, mentre mia moglie sui 9mila. Per fortuna, in queste settimane, dopo essermi licenziato dalla Paterlini, ho trovato un altro lavoro, ma il credito verso la Paterlini rimane ed è veramente consistente. E con tre figli, la più piccola di dieci mesi, gli altri due di 9 e 15 anni, diventa sempre più dura sbarcare il lunario giorno dopo giorno. Soprattutto, poi, una donna non deve essere tutelata quando si trova in maternità? Ed è giusto essere trattati in questo modo? Io lavoro lì dal 2002, mia moglie dal 2006: dopo tutti questi anni qualche risposta che non sia il solito “non so nulla” del titolare ce la meritiamo. In ultimo, vorrei esprimere solidarietà anche ai colleghi che da settimane sono a manifestare davanti alla ditta per poter avere gli stipendi» conclude Nicola manifestando tutta la sua solidarietà ai suoi colleghi.
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