Miglioli: «Finita la mia era, ma basta con le correnti»
L’ex parlamentare analizza la crisi del Pd: «Con le dimissioni di Vasco Errani si è chiuso un ciclo. Non si faccia l’errore di pensare che da soli si può far tutto»
«E stato un fallimento, dobbiamo dircelo».
Ivano Miglioli non usa giri di parole e, passata la febbre elettorale, a mente fredda, analizza quello che per il Pd è il peggior momento della sua storia.
«C’è un primo problema: il rapporto con la società. Non facciamo gli struzzi e non mettiamo la polvere sotto al tappeto. Governeremo la Regione con il consenso di meno del 20 per cento dei suoi cittadini. La riflessione si porta dietro un problema che si chiama Partito Democratico».
La stoccata a Renzi: «Il congresso nazionale si farà nel 2017, ma qui in Emilia sarà nel 2015: dire che l’astensionismo è irrilevante è un grave errore. Dobbiamo capire di cosa stiamo parlando. La figura del “segreteraio trattino presidente” è una condizione nuova. Possiamo fare così anche a Bologna con Bonaccini e a Modena con Muzzarelli. Quando accenno a questo tra di noi vedo visi preoccupati e l’affermazione è: sono situazioni diverse...».
Miglioli “taglia” anche il quadro modenese: «Stiamo passando da partito democratico di centrosinistra a partito della nazione, a partito pigliatutto e lo motiviamo con la scelta della vocazione maggioritaria. Passiamo da Pd a Pdr, Partito di Renzi come ricorda Ilvo Diamanti. Passiamo dalla valorizzazione dei corpi intermedi alla irrilevanza del confronto con i sindacati. Siamo un partito in cui gli organi dirigenti e le direzioni del Pd che prima erano sedute di autocoscienza e luoghi da cui stare lontani adesso decidono in due ore di cacciare Enrico Letta dal governo o di aderire al Pse. Ma ciò che è sempre più evidente è che il Pd è un insieme di comitati elettorali in perenne movimento, sia che si tratti di eleggere il segretario di circolo, sia che si tratti di scegliere il segretario nazionale. Si discute dei rapporti di forza, dell’associazione della Maletti e di Boschini, della fondazione di Trande, dei giovani, si fa per dire, dopo il successo di Sabattini. Per non parlare delle correnti di Renzi e quelle delle minoranze. Ormai sono più di dieci. Ma se il Pd è questo, sono in molti che si domandano se questo è ancora il nostro partito. Prima che il processo sia irreversibile, invece di fare riunioni di nuove associazioni o fondazioni, dovremmo tutti fermarci, sospendere il percorso. Io non parteciperò a nessuna di queste forme associative. Parteciperò a tutte le riunioni dei nostri organi per ragionare e cercare di capire che cosa è successo e che cosa fare».
Lo sguardo al futuro non nasconde un mea culpa e un passaggio di testimone: «Con le dimissioni di Vasco Errani si è concluso un lungo ciclo politico, forse troppo lungo, che non riguarda solo l’ex presidente ma una intera classe dirigente nella quale mi riconosco. In una società complessa e in crisi di valori non si cambia da soli, con uno solo al comando, con una sola classe sociale. I processi riformatori cambiano la realtà solo quando sono il frutto di una partecipazione. Il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni è arrivato alla rottura anche in Emilia Romagna. Ora sta a Stefano Bonaccini e al Pd ricostruirlo».
Davide Berti
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