La giornata orrenda del pendolare
Da Bologna a Modena tra paura di attentati e necessità di non perdere tempo
I fortunati sono davvero pochi. Arrivano in stazione a Bologna, si guardano un po’ intorno, e riescono a salire sul primo treno dato in partenza, magari arrivato in stazione con più di due ore di ritardo. Si potrebbero quasi contare sulla punta delle dita, di fronte al resto del mondo in attesa: migliaia di passeggeri – pendolari o viaggiatori occasionali – che per una intera mattinata di antivigilia restano fissi con gli occhi puntati sui tabelloni, alla ricerca di un convoglio che scopriranno cancellato, proprio mentre l’altoparlante con voce metallica continua a ripetere una litania che sa di rabbia, beffa, fastidio, preoccupazione. «La circolazione subirà disagi a causa di un incendio doloso sulla linea».
Ore 9.30 circa. Nell’ingresso in via Carracci della stazione di Bologna, dove appena il giorno precedente è stato inaugurato il nuovo servizio Kiss&Ride, praticamente è il deserto. L’incendio doloso, il «sabotaggio» o l’«attentato» – come lo hanno definito il premier Renzi e il ministro Lupi – è avvenuto circa cinque ore prima, quando sono stati dati alle fiamme gli impianti della stazione di Bologna Santa Viola, nella zona nord ovest della città, distante pochi chilometri da piazza Medaglie d’oro. Nella mente di qualunque bolognese, anche se di adozione, un luogo che non evoca solo arrivi e partenze, ma sul quale aleggia il ricordo doloroso come un macigno del 2 agosto 1980. Una ferita per l’intera città, che non smetterà mai di sanguinare. Ma è il 23 dicembre. E lentamente si fa largo nella memoria anche il Rapido 904, che questo stesso giorno di trent’anni fa raccontò un’altra delle pagine più nere della nostra storia recente.
Le feste sono alle porte. E per fortuna questa volta non si parla di morti e ferite. La sala di attesa è affollatissima di persone, valigie, regali. Cellulari all’orecchio, si avvisano amici e familiari che probabilmente non si partirà, nè si arriverà. I più giovani cercano informazioni sugli smartphones, contemplando Twitter o qualche altra applicazione, senza però ricevere alcun aiuto tangibile. Se non pazientare ancora. Sul tabellone degli orari nessuna buona notizia, nessun binario indicato, sostituito da una colonna di puntini che lascia in sospeso qualunque progetto quotidiano. Uno scenario che si ripete nel sottopassaggio e soprattutto nell’atrio centrale, dove il caos si manifesta quasi come una epifania, al freddo dei portoni spalancati per accogliere un via vai continuo di viaggiatori che hanno già perso ogni speranza. O quasi.
D’un tratto, per sette treni su venti sembra aprirsi la possibilità di una partenza, con ritardi che vanno da cinque ai duecento minuti. Piccoli miracoli nella nebbia mattutina, mentre l’altoparlante comincia ad indicare in Bologna San Ruffillo la nuova stazione di partenza, dove si cercherà di convogliare carrozze e passeggeri, con servizi predisposti sul momento. Intanto, sul binario uno si materializza l’Intercity della notte, il 752, diretto a Milano. Doveva partire alle 6.20, ma è ancora fermo lì, alle 10.10, vuoto. Un treno “fantasma”, partito la sera precedente dalla Puglia, i cui passeggeri all’alba sono stati fatti scendere dalle cuccette, dopo aver percorso quasi l’intero Stivale, lasciandoli vagare da un binario all’altro senza informazioni, senza assistenza. Lo raccontano come un’odissea moderna, recriminando il fatto che potrebbero non ricevere rimborsi, non contemplati per atti vandalici. I controllori dell’Intercity sono incollati ai telefonini. Attendono istruzioni. Ma nessuno si azzarda a dire che ora è possibile partire. «Chiedete al capotreno», dicono, invitando ad andare in testa al convoglio. Il semaforo è verde: «Forse si parte».
Nel dubbio, i pochi fortunati decidono di salire. Il fischietto ormai è vicino alle labbra. Si va. Nonostante il treno sia praticamente vuoto, ridotto a poche decine di passeggeri in due o tre carrozze, dopo aver disperso all’alba tutti i suoi viaggiatori, che ora saranno chissà dove. Nel viaggio solitario il locomotore sembra fendere la nebbia tipica della pianura Padana, mai come in questi giorni tornata far svanire i contorni dei paesaggi e dei campanili. La preoccupazione della partenza è alle spalle. Ora l’obiettivo è arrivare. E non è detto che nel caos generale le stazioni siano pronte ad accoglierci per ripartire. Alle 10,30, si arriva a Modena. Un lungo sospiro di sollievo per chi deve scendere, dopo aver viaggiato anche dodici ore senza alcuna garanzia di arrivo. Sul binario opposto, invece, le facce stanche o perplesse di chi ancora deve salire, diretto proprio a Bologna. «Una giornata orrenda», sbotta una ragazza. In bocca al lupo per il rientro.
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