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Vando Martinelli a Cuba una vita da romanzo

di Saverio Cioce
Vando Martinelli a Cuba una vita da romanzo

Abita vicino al Malecon ed è stato il protagonista del boom turistico degli anni ’70 Amico di Fidel Castro, arrivò per la sua passione politica come funzionario del Pci

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La foto dell’abbraccio con Fidel Castro l’ha lasciata a Soliera. Le altre, una galleria di ricordi ed esperienze in ogni parte del mondo, le conserva nella sua casa all’Avana, a pochi passi dal Malecon, il lungomare della città.

Eppure neanche a 84 anni e mezzo Vando Martinelli rinuncia a quelle idee a cui dà vita e corpo da quando era ragazzo e che dal 1969 lo hanno portato a frequentare Cuba e a trasferirsi nell’isola di Fidel Castro dal 1972. Anche ora che è scoppiata la pace tra il socialismo dei Caraibi e il presidente Obama, Martinelli non rinuncia a mantenere il profilo di osservatore disincantato che ne ha fatto un ascoltato consigliere dei governi cubani. Responsabile per molti anni della sezione Esteri della federazione modenese del Pci, con un ufficio all’ultimo piano del palazzone di via Fontanelli negli anni ’60, ha girato tutti i paesi africani, a eccezione del Sudafrica in cui vigeva l’apartheid e in cui c’era, ovviamente, il divieto d’ingresso per i funzionari dei partiti comunisti.

Una vita leggendaria la sua, che lo ha portato a contatto con i principali leader politici.

Grazie alla militanza di vita si è ritrovato negli snodi più importanti del dopoguerra, come per lo scambio di prigionieri tra il dittatore cileno Pinochet e il segretario del Pc cileno, Luis Corvalan. È stato e resta uno dei pochissimi occidentali di cui il regime si fida ciecamente; potrebbe avere la cittadinanza cubana in un giorno non rinuncia a quella tricolore.

«Sono nato nel 1930 e resto italiano per cultura e formazione - dice al telefono alla Gazzetta di Modena dalla sua villetta all’Avana - Sono cresciuto in Emilia, ho conosciuto il fascismo e nel dopoguerra ho fatto la mia parte per riportare la democrazia in Italia. Con gli amici socialisti e democristiani si discuteva ma c’era rispetto, pur nella diversità di idee. Nell’Emilia in cui sono vissuto si finivano le riunioni politiche e poi si beveva un bicchiere di vino insieme o si andava in balera. Sono figlio di un altro mondo, di una politica e di un partito che non ci sono più».

Oggi di nuovo un cambio di regime. La pensa così? La svolta di Raul Castro cosa cambierà in concreto?

«A Cuba ci aspettavamo un riavvicinamento con gli Usa, ma non in tempi così rapidi. Obama è stato coraggioso, ogni giorno ci sono manifestazioni anticubane a Miami e il presidente rischia la vita. Però c’è un dato di fatto: il riavvicinamento c’è e ci sono anche le tante questioni aperte dal contenzioso tra i due stati».

Come andrà a finire?

«Il riavvicinamento non è avvenuto per caso ma è il frutto di un lungo lavorìo diplomatico; ci sono stati nove incontri riservati dal Vaticano al Messico passando per Canada e Panama. Perciò credo che la logica del muro contro muro sia superata, non c’è più la volontà di considerare un nemico degli Stati Uniti chiunque commerci con Cuba. Tra pochi giorni entrerà nel pieno delle sue funzioni un Parlamento controllato dai Repubblicani: anche tra loro però ci sono molti che vogliono normali relazioni con Cuba».

Fine della Guerra Fredda anche ai Caraibi, e lei l’ha vista da vicino anche in Europa. Niente più guerriglie per esportare o viceversa distruggere il socialismo dei Caraibi

«Noi non rinunciamo al socialismo sostenibile. Però non facciamo nulla per cambiare la politica degli Usa così come vorremmo che loro facessero altrettanto con noi. Siamo per l’autodeterminazione dei popoli, anche se gli esiti non sono sempre quelli che speriamo. Per quanto tempo i governi di Washington hanno voluto esportare democrazia e diritti umani? Li abbiamo visti in azione quando c’erano in gioco le materie prime. Dalla Somalia, che conosco per averci lavorato, se ne sono andati ben presto: non c’era nulla».

Dice proprio così Martinelli, quando gli toccano Cuba parla sempre in prima persona, come se minacciassero qualcuno di famiglia.

Diffidente?

«No, ci sono principi che difendo e difenderò fino all’ultimo giorno».

Cosa difende a Cuba visto che ci vive e lavora da quasi mezzo secolo in perfetto accordo con il governo?

«Ci sono cose che non digerisco e non accetterò mai, ma la politica del rispetto e della liberazione dai bisogni essenziali mi trova del tutto d’accordo. E poi c’è la difesa dell’indipendenza di uno stato sovrano che cerca la sua strada».

Si offendono se le dicono che lei è stato l’ambasciatore del turismo, delle prime aperture economiche all’Occidente nei decenni passati?

«Non esageriamo. I cubani hanno una classe dirigente di ottimo livello, preparata e internazionale. Diciamo che molti anni fa, in occasione della festa nazionale del 26 luglio, i compagni cubani mi chiesero di evidenziare nella mia relazione al Pci italiano il bisogno di un flusso turistico dall’Italia e dall’Europa per sostenere l’economia cubana. Così il partito mi chiese di attivare l’Italturist a Cuba che era la società che si occupava di turismo; per diversi anni fummo solo noi ad avere l’esclusiva, io rimasi a disposizione come funzionario del Pci. Arrivammo ad avere negli anni ’70 duecentomila turisti all’anno dall’Italia. Poi su quel mercato, com’era giusto, sono arrivati altre imprese che hanno fatto il loro business».

Tutto cambia

«Certo. Anch’io ho fatto così. Dopo il turismo mi sono occupato di cultura, ho fondato l’Arci a Cuba dopo essere stato tra i promotori nei primi anni ’50 dell’associazione in Italia. È cominciato l’interscambio con le compagnie teatrali, gli scrittori e così via».

Continua a seguire quello che avviene in Italia?

«Purtroppo sì, malvolentieri. Mi sembra che comandi sempre quel signore di Arcore, anche se adesso c’è una faccia che mi ricorda Cicciobello. Sento forte il mio essere modenese, le radici di Soliera. Di solito ci torno almeno una volta all’anno a fine maggio per la gara di salami in cui si raccolgono fondi per un associazione di bambini disabili. Ma di tornare in Italia per sempre non se ne parla neanche».

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