«I 30mila disoccupati? Poche speranze nel 2015»
Claudio Riso: «Purtroppo non verranno recuperati anche se ci sarà la ripresina Al contrario accade che aziende sane ricorrano al concordato o alla chiusura»
MODENA. Una ripresina? Probabile quella dei volumi produttivi ma di certo non quella occupazionale. Questo 2015 appena iniziato sembra non presentare connotati diversi da quelli dell'anno trascorso. Le imprese cominciano a produrre lievemente di più, le esportazioni rimangono il “punto forte”. Ma quando si parla di occupazione tutto diventa più ostico e il sentore è che quegli oltre 30mila disoccupati che ad oggi ingrossano le file dei Centri per l'impiego di tutta la provincia modenese non verranno riassorbiti nel corso del 2015.
A novembre scorso il ricorso agli ammortizzatori sociali da parte delle imprese modenesi è risultato pari a quasi 15 milioni di ore autorizzate. Un dato inferiore a quello dello stesso periodo del 2013, quando le ore erano 17,7 milioni, ma parziale, perchè non comprende la parte relativa alla cassa integrazione in deroga, i cui dati aggiornati sono fermi a luglio scorso, quando il rifinanziamento dello strumento ha permesso la sottoscrizione degli accordi. E quel che è certo è che i disoccupati difficilmente diventeranno occupati. A settembre scorso, secondo l'osservatorio della Provincia, a Modena erano presenti 30.531 disoccupati, un dato che non tiene conto dei cosiddetti scoraggiati, coloro che hanno persino smesso di cercare lavoro.
Colpisce il dato relativo alla disoccupazione giovanile (16-34 anni) a quota 12mila 170, situazione complicata per i 35-54enni pari a 14.685, sono 3.676 invece i disoccupati ultra 54enni.
«Difficile immaginare uno scenario preciso – afferma Claudio Riso, della segreteria provinciale di Cgil Modena – ma siamo certi che questi oltre 30mila disoccupati non verranno recuperati nel 2015. Se ci sarà una ripresina, ci sarà senza occupazione. Il grande assente è il capitale, capace di mettere in moto processi di creazione di nuova economia, nuove realtà produttive. Manca dinamismo. Il pubblico non assume e nel privato non si muovono risorse. Finchè non si sbloccherà questa situazione non ci sarà mai quell'effetto moltiplicatore che mette in modo l'economia. Non abbiamo segnalazioni di assunzioni da parte delle imprese».
Anzi, al contrario, accade che persino aziende strutturate e con bilanci sani ricorrano a strumenti tipici delle imprese in crisi come il concordato preventivo o addirittura la chiusura, si pensi solo ai casi di Siderurgica Modenese o alla Bevservice, solo per citarne alcune.
«Il rischio è che succeda sempre più – aggiunge il sindacalista Riso – che aziende sane e strutturate decidano di non volere avere più legame con il territorio e di optare per la delocalizzazione. O di invitare i lavoratori ad aprire delle partite Iva, portandoli da dipendenti a lavoratori autonomi. Questo accade in particolare, e da anni, nel settore dell'edilizia. Sono tanti i lavoratori dipendenti di fatto, ma che formalmente risultano artigiani. Si parla di un settore peraltro che continua ad avere una grave emorragia di posti di lavoro. E questo nonostante l'illusione che aveva creato la ricostruzione post-sismica».
Il capitolo concordato preventivo, inoltre, preoccupa particolarmente la parte sindacale. «Il ricorso a questa procedura – dice ancora Riso – crea incertezze sulla tenuta delle aziende. Ma anche qualora la procedura continuasse e le aziende continuassero ad operare, spesso accade che siano interessate da processi di riorganizzazione, con interventi di riduzione sul personale».
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