Son passati dieci anni ma il fischio dei treni tiene aperta la ferita
Ieri a Bolognina il ricordo della strage con i 17 morti del 2005 Una delegazione da Viareggio. «Basta sentenze di comodo»
CREVALCORE. Un fischio lungo e triste. Come un pianto, uno sfogo.
Quando ieri alle 12.15 il primo treno diretto a Bologna ha marcato quell’ora tragicamente storica e ha salutato le cento persone che stavano pregando e commemorando i 17 morti del 7 gennaio 2005, nel parco della Bolognina, le parole si sono interrotte. E gli occhi di tanti si sono gonfiati, lucidi di lacrime. Dieci anni se ne sono andati, ma l’attualità di quella tragedia non si è scalfita, nei ricordi e nei cuori dei parenti delle vittime, di quanti sono scampati alla strage, di alcune amministrazioni, dei soccorritori, dei testimoni e dei ferrovieri che del disastro della Bolognina hanno fatto la bandiera - sconfitta - di una battaglia ideale contro la banalità dell’ “errore umano”.
Anzi, per assurdo, c’è chi solo allo scoccare del decimo anno ha trovato - colpito negli affetti - la forza di esserci. E la solitudine del dolore, che tante famiglie ha tenuto lontano da altrettante celebrazioni, ieri è sembrata meno lacerante. Perchè da Viareggio, dove nel 2009 si è consumata un’altra strage, con l’esplosione di un treno fermo in stazione, ieri a Bolognina sono arrivati in 20: ferrovieri, cittadini, parenti di quelle vittime. Come Marco: «Quella notte ho perso due dei miei figli, e mia moglie. Sono stato ricoverato per ustioni nel 90% del corpo per mesi. Sono qui per solidarietà, per ricordare che se qui tutto si è concluso con l’assoluzione, per “errore umano” del macchinista deceduto, questo non possa ripetersi a Viareggio, dove sta per cominciare il processo...».
I viareggini hanno distribuito un documento che è un emblema di tante vicende all’italiana: «Di fronte all’evidenza che questo Stato, prima o poi, assolve i padroni e i manager, siamo qui perchè vogliamo riaprire la partita. Perchè neghiamo la “loro” logica del primato dell’economia sulla salute, dell’impresa, del mercato e del profitto sul primato del bene collettivo: la vita e la sicurezza». Parole che nell’Italia di oggi suonano così difficili, così impopolari.
Ma in qualche misura le ha fatte proprie anche il sindaco di Crevalcore, Claudio Broglia, oggi parlamentare, chiamato a rappresentare a Roma questa terra che è anche terremotata.
«Questa non è solo una giornata della memoria - ha detto in sostanza Broglia - ma dell’impegno. L’impegno a fondare i cambiamenti di cui tanto si parla sull’esperienza di quanto accaduto. E pensando alla memoria penso anche che sia venuto il momento di coinvolgere le scuole, perchè anche chi allora non c'era, o era troppo piccolo, faccia tesoro di quello che è successo».
Alberto Setti
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