Festa per Forghieri: compie 80 anni l’ingegnere del Drake
Sotto la sua guida la Ferrari ha vinto ben 6 titoli mondiali: «Il nostro segreto? Eravamo un gruppo umile e molto unito»
«Cosa farò oggi? Niente di particolare, starò con mia moglie e i miei figli Alessandro, ingegnere e musicista e Michele che lavora in campo automobilistico, pensando al mio terzo figlio Marco che purtroppo non c'è più. Dagli amici ho avuto molti regali, poi forse farò alcune interviste ai canali tv nazionali per non essere scortese anche se non ci tengo».
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Il 13 gennaio 2015 per Mauro Forghieri, soprannominato "Furia", uno dei nomi storici sui quali la Ferrari ha costruito il suo perdurante mito, è una data spartiacque: «Compio 80 anni - dice lui stesso, in un salone pieno di premi, ricordi dei decenni con le Formula 1 del Cavallino - e non pensavo di arrivarci, ma i miei amici medici dicono che l'alternativa non è migliore... Inoltre la genia dei Forghieri è legata alla longevità. Ho solo un piccolo rammarico, parlando di storia della mia famiglia: ho sempre pensato di essere di Modena invece abbiamo scoperto che i Forghieri, risalenti al 1200, erano originari di Carpi».
L'ingegner Forghieri lavora alla Ferrari dal 1960 al 1984, prima di andare alla Lamborghini e alla Oral dove chiude la carriera attiva. Sotto la sua guida tecnica il Cavallino ha vinto 6 titoli mondiali prototipi, 4 titoli piloti e 7 titoli costruttori in F1, progettando tra l'altro due auto storiche come la "158" che vinse con il pilota Surtees e la "312T" che vinse con Lauda e Scheckter.
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Ingegnere lei si laurea e poi deve trovare lavoro.
«A dire il vero no, ai miei tempi non c'erano i problemi di oggi. All'Università di Bologna nei vari rami di ingegneria c'erano appena 600 studenti, in meccanica nel mio anno i laureati furono 3 e io avevo già tantissime offerte di lavoro. Ma avrei voluto andare in America».
Perché?
«Per un motivo più simbolico che altro. C'era una fabbrica che riportava su una lapide la storia del calabrone che non potrebbe volare perché ha le ali piccole in rapporto al corpo, ma lui non lo sa e vola benissimo. Ma andare negli Usa era complicato».
Quindi arriva subito la Ferrari, come andò?
«In realtà già conoscevo Enzo Ferrari e lui conosceva me perché mio padre Reclus Forghieri era bravissimo e lavorò tanti anni con il Drake, in particolare dal 1946 al 1956 e prima creando la prima Alfetta. Tra l'altro mio padre aveva questo nome particolare perché mio nonno Anselmo, che era amico di Pertini e di Mussolini prima che divenisse fascista, era in Francia e gli diede il nome di uno scienziato francese. Poi io da piccolo con i miei ho vissuto a Napoli anche facendo il tornitore. Quando mio padre disse al Drake che volevo andare in America lui gli disse, mandamelo».
E lei naturalmente andò.
«Già e non mi mossi più per decenni: Ferrari mi ha formato e fatto crescere, sono stato molto fortunato: me ne andai nel 1986 quando capii che Enzo era alla fine».
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Ferrari che uomo era?
«La sua principale qualità era che sapeva scegliersi gli uomini, non lo dico per me, ma ad esempio per il mio amico Gian Paolo Dallara, il re dei telati, oppure altri come Vittorio Jano e Luigi Bazzi. Ferrari mi mise subito ad analizzare i motori con due suoi uomini di fiducia. Ancora oggi penso che oltre all'aspetto tecnico sia importante la dimensione umanistica, perché ti forma dal punto di vista della sensibilità».
A 27 anni lei diventa capo del reparto corse.
«Sì, e avevo paura. Ferrari, di cui ero un uomo al 100%, a un certo punto mi disse: tu ti occupi delle corse, di tutto il resto mi occupo io e guardi che parliamo di un mondo molto diverso dall'oggi. C'erano colossi come la Ford, ma se vedo che oggi per un'annata si spendono centinaia di milioni di euro, mi viene in mente che noi spendevamo 8- 9 miliardi di lire. Certo tanto, ma senza paragoni. All'epoca tra l'altro si stava tutti insieme, meccanici e piloti, eravamo appena in 12 ed eravamo una squadra tutti insieme che mangiava al sacco quando la Ford arrivava con cuochi e personale. Fu lì che Ferrari si accorse che forse occorreva un accordo con la Fiat. Ma eravamo uniti, la dimostrazione? Poco tempo fa un mito come Jody Scheckter ha preso l'aereo ed è venuto per il funerale di un ex meccanico. Facevamo tutti macchine ed eravamo dei contadini».
Lei sulle piste del mondo ha conosciuto anche molto dolore, tante morti.
«Mi vengono in mente persone come Bussi che venne ucciso in Sardegna, il giovane Cocozza che si uccise in auto, poi sono stato amico di Lorenzo Bandini che era un pilota del futuro».
Poi i piloti noti.
«Lauda non era simpatico, ma vinceva, ma ricordo anche Didier Pironi e ovviamente Gilles Villeneuve. Ho perso molti amici, ma tante morti ci hanno permesso di migliorare la sicurezza in F1, anche se le piste troppo piatte di oggi che disegna Bernie Ecclestone non mi piacciono».
E Montezemolo, appena uscito dalla Ferrari dopo tanti anni?
«Arrivò che forse non aveva 23 anni, mi fu subito simpatico perché teneva lontani i giornalisti, spiegava loro le cose e li portava a pranzo. Montezemolo poi è diventato importante, era molto capace di motivare e tenere i rapporti personali con tanti».
Ha voglia di parlare Forghieri e di illustrare la grande casa dove vive con la famiglia, nella campagna modenese.
«Vede lì dietro? C'era la piccola chiesa della casa perché qui veniva a officiare il vescovo di Modena essendoci tantissime famiglie in questa corte contadina. A fianco c'è la stanza affrescata dove il prelato dormiva». Dimora importante, chiamata "Villa Clementina", della quale l'Ingegnere sta via via recuperando affreschi antichi: «Durante la guerra abbiamo ospitato qui partigiani» conclude Forghieri.
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