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Quelli del XXII Aprile... «L’integrazione? È qui»

di Claudia Benatti
Quelli del XXII Aprile... «L’integrazione? È qui»

Franco, Julius, Maria, Ridha, Pasquale e tanti altri: una comunità spontanea nata sui campi da bocce costruiti dai volontari e cresciuta nel rispetto delle diversità

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Tempi duri per la tolleranza. Quando si naviga a vista tra attentati, morti, paura del diverso e incitamenti alle rappresaglie, rischiano di ridursi fino a scomparire i margini per la convivenza e l'integrazione. Per questo bisogna fare tesoro delle esperienze che costruiscono anzichè distruggere, quelle azzeccate, soprattutto quando nascono dal basso, quelle magari non chic ma le più spontanee. È così al parco XXII Aprile, da quasi quarant’anni anima di un quartiere storicamente popolare a nord della città; lì è arrivata alla sua maturità un’esperienza di integrazione urbana specchio di una comunità che vive quotidianamente con il suo bel fardello di problemi ma che ha trovato il suo riscatto (o almeno non si stanca mai di cercarlo) nello spirito di solidarietà e nelle relazioni sociali. Julius, Salvatore, Antonio, Vityaz, Maria, Ridha, Franco e tanti altri, ogni giorno d’estate e d’inverno, si danno appuntamento alle “oasi”, una all’ombra per i solleoni di luglio e una al sole per i freddi di gennaio. Distano una ventina di metri l’una dall’altra, sono i due poli di una sintesi fra mondi diversi, dove bastano quattro o cinque campi da bocce e panchine a distesa per superare le distanze della lingua, del colore della pelle e della religione. Tutti i pomeriggi convergono lì per giocare e chiacchierare indiani, tunisini, nigeriani, ucraini, italiani del nord e del sud, pensionati, disoccupati, casalinghe, operai alla fine del turno di lavoro, nonni coi nipotini. «A volte d’estate qui ci trovi fino a 150-200 persone, una festa di paese che si ripete ogni giorno, un circo dove non si deve pagare il biglietto e dove i giocolieri siamo noi, che spettacolo!» dice Pasquale Madera, 79 anni e non sentirli, muratore per una vita e mattatore incontrastato dei campi da bocce del XXII Aprile. «È grazie soprattutto a lui se esiste tutto questo, è la locomotiva di un gruppo sempre nuovo, senza gerarchie, dove tutti comunque si riconoscono» spiega Antonino Todaro. Pasquale non le manda a dire agli «immigrati», come li chiama lui, «a quelli che arrivano qui in tanti, in troppi perchè non esistono le giuste politiche». Ma «questi sono brave persone», dice; invita il nigeriano Julius a giocare, grida all’ucraino Vityaz che capisce poco l’italiano ma che «è buono come il pane», sgrida il tunisino Ridha perchè «oggi sei arrivato tardi». Qui tutto è partito in modo spontaneo otto anni fa e oggi è al suo massimo “splendore”. «Ricordo ancora quando consegnammo le firme in Comune come Circolo Alchemia per chiedere di poter costruire i campi da bocce - dice Luigi Borghi - dal Comune non arrivarono risposte, qui venne inteso come silenzio-assenso e si partì, contando sulle collette e sui volontari». «Fino a che il Comune non ha visto come erano brutte le panchine che avevamo costruito con vecchi tronchi d’albero e ce ne ha “regalate” di nuove» aggiunge Salvatore Costa. «È venuto qui anche l’ex presidente di quartiere, ci ha fatto i complimenti» annuiscono soddisfatti Alberto Zoboli, Franco Malagola e Maria Setti. «Qui giocano tutti, sono tutti a casa loro, è stata dura ma ce l’abbiamo fatta, con buon senso e tanta volontà» dice Salvatore Costa dando una pacca sulla spalla a Ridha Begagemi e Vityaz Hennadiy. Certo, ci sono problemi che nemmeno il vulcanico Pasquale e il suo seguito possono risolvere. «Sì, di notte ci sono tutt’altre frequentazioni, ma dov’è quell’angolo di mondo dove oggi non è così?» si chiedono quelli del XX Aprile. «Se questa fetta di territorio è mantenuta viva e compatta, se il crimine fa capolino ma non dilaga, se la gente sente ancora d’appartenere a questo quartiere è anche perchè da vent’anni una ventina di associazioni di volontariato lavorano insieme per coltivare il buono e il sano che c’è e che è tantissimo, il novanta per cento almeno» afferma convintissima Gianna Codeluppi del Ceis, che ha anche in comodato il Bar Arcobaleno, all’altro capo del parco, dove «con l’esperienza maturata nelle tante difficoltà abbiamo ricavato un centro d’aggregazione per giovani all’insegna del no alcol, no violenza e no droga. E funziona, il bello è proprio che funziona. Sapete perchè? Perchè è di questo che c’è bisogno». «Qui siamo veramente a casa nostra, il posto dove siamo cresciuti, dove invecchiamo, dove vediamo crescere i nostri nipoti e i nipoti di Julius e Vityaz - dice Borghi- Ci crediamo e ci mettiamo la nostra energia. Qui è ben spesa».

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