Gazzetta di Modena

Modena

Gorrieri, una vita contro totalitarismi e povertà

di Saverio Cioce
La famiglia Gorrieri
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La famiglia Gorrieri

A dieci anni dalla scomparsa del leader dei Cristiano Sociali un film ne racconta la vita e le battaglie civili, dalla guerra partigiana a quella sulle diseguaglianze

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«Non riesco più a stare zitto. Mi dai una mano a mettere in fila i fatti?» Così, con esasperata fermezza e a pochi mesi dalla morte, Ermanno Gorrieri iniziò la sua ultima battaglia, contro lo stravolgimento dei fatti e delle responsabilità dei crimini fascisti durante la guerra.

La polemica innescata dal libro “Il sangue dei vinti” del 2003 di Gianpaolo Pansa, che processava in blocco tutti i partigiani, fu la molla che lo spinse a scrivere assieme alla nipote Giulia Bondi “Ritorno a Montefiorino”, dove smentiva, dati alla mano, le tesi dell’avversario. Finita quell’ultima fatica l’anziano leader, che aveva compiuto 84 anni, si spense lasciando un’eredità politica che ancora continua a dare frutti. Nel 2008 è uscita una monumentale biografia di 800 pagine, scritta a più mani, sulla sua figura e sul suo impegno politico. Ma chi era Ermanno Gorrieri al di là degli impegni di ex ministro?

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«A dieci anni dalla sua scomparsa - ricorda il figlio Claudio Gorrieri, che assieme alla nipote Giulia Bondi ha curato il lungometraggio che verrà presentato domani alla città - Ci siamo chiesti, noi familiari, come era possibile far conoscere la sua figura a un pubblico più largo, ai più giovani. Di qui il documentario che mette in circolo foto e testimonianze dirette di chi l’ha conosciuto. La sua vita è stata una lunga, ininterrotta battaglia da quando era ragazzo contro tutte le ingiustizie, da qualsiasi parte provenissero. Ha avuto un’educazione cattolica molto forte in famiglia che poi ha sviluppato anche a scuola, con educatori di grande personalità. Ma questo non gli ha impedito di dissociarsi dalle scelte della gerarchia cattolica, com’è accaduto per il referendum sul divorzio quando si schierò per il mantenimento della legge. Nei pochi mesi in cui fu ministro del Lavoro nel breve governo Fanfani, riuscì a portare a termine la riforma del settore, quella sugli assegni di famiglia».

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Hanno provato a dipingerlo in molti modi Ermanno Gorrieri, quasi fosse un eretico in chiesa o un bastian contrario di professione, ma la sua coerenza obbediva a logiche che avevano più a che fare con scelte morali che con quelle politiche, pronte a essere piegate alla logica del più forte.

Prima della guerra, durante gli studi, era diventato presidente del Paradisino, l’associazione cattolica degli studenti medi che fu palestra di preparazione politica di tanti modenesi. Nel 1942, inquadrato come ufficiale degli alpini, partì per il fronte.

L’8 settembre 1943, data dell’armistizio dell’Italia è in licenza breve a Magreta dai genitori. Sceglie subito di stare con i reparti che combattono con gli Alleati, anche se questi sono lontani. Assieme ad amici fidati dell’Azione Cattolica recupera armi abbandonate un e le seppellisce nel campo di calcio di Formigine e comincia a organizzare le fila della Resistenza. Nel ’44 sale in montagna per combattere; ci mette del suo, e nasce la Brigata Italia che raggruppa i partigiani cattolici. Nel dopoguerra è segretario della Dc modenese, fonda la Cisl a Roma nel ’50. Segue l’amico Dossetti, che si ritira dalla politica diventando prete, ma poi entra in Parlamento dal 1958 al 1963, sempre con la Dc. Per tutti è un eretico, perché dialoga con il Pci; è l’ennesimo scandalo nel suo mondo che si scrolla dalle spalle. Anzi, da una grossa mano a varare il Prg decisivo per lo sviluppo della città, nel 1965. Idem per Palazzo Europa, contestato per la sua mole spropositata; lui lo sostiene perchè vuole dare un tetto alle associazioni cattoliche, a partire dalla Cisl. Sempre in prima linea è a Bologna nel primo consiglio regionale nel 1970: riprova a tessere una sorta di concertazione ma il Pci boccia persino la sua proposta di limitare i compensi. Viene votata in massa un’indennità che prende a riferimento i parlamentari: prima il 50 e poi il 70% del loro compenso. Al turno successivo fa le valigie. Dal ’72 al ’74 non esita, con scandalo del vescovo di Modena e della grande maggioranza dei sacerdoti, ad arruolarsi nella battaglia per il divorzio. Ma a modo suo, come sempre. L’appello per il No al referendum lo fa firmare a Modena dalla moglie Vittoria e da due figlie: non possono cacciarlo dalla Dc dove lui a combattere.

Ma è con la battaglia sulle diseguaglianze sociali che fa conoscere quel terzo d’italiani che nell’82 faceva fatica ad arrivare a fine mese. “La giungla retributiva” è il libro che lo fa conoscere ovunque e poi approfondisce il tema, dimostrando conti e problemi aperti che avrebbero dovuti essere sanati. Basta leggere la sua ultima ricerca, “Parti uguali su disuguali”, dove riprende don Milani, per capire cosa sarebbe successo se lo avessero ascoltato.

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