«Salviamo il Made in Italy dalle agromafie e dai falsi»
Aceto Balsamico di Modena e Parmigiano Reggiano ieri al centro dell’attenzione negli appelli lanciati a livello nazionale. I tanti prodotti tradizionali a rischio
Il Made in Italy, le contraffazioni e le agromafie, i prodotti tipici e la loro tutela e valorizzazione ieri sono stati una volta di più al centro dell’attenzione nazionale sia per la presentazione del terzo Rapporto Agromafie, elaborato da Eurispes e Coldiretti, sia per un convegno della Cia sui temi dei prodotti tipici e tradizionali.
Inevitabile che in questi contesti assumano grande rilevanza e siano ripetutamente citate le tante eccellenze agroalimentari di Modena e dintorni, dove diventa persino difficile censire tutti i prodotti tipici e tradizionali.
«Oggi - ha ricordato ieri la Cia - quasi l'85% del fatturato totale del paniere Dop e Igp italiano è legato esclusivamente alle prime 12 denominazioni (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, Aceto Balsamico di Modena, Mozzarella di bufala campana, Prosciutto San Daniele, Gorgonzola, Bresaola della Valtellina, Mortadella di Bologna, Mela dell'Alto Adige, Pecorino romano, Mela della Val di Non), che da sole realizzano oltre 5 miliardi di fatturato alla produzione. Occorre sviluppare le tante certificazioni meno conosciute ma suscettibili di forte crescita, non solo aggregando le filiere e incrementando consorzi partecipati da tutte le componenti produttive, ma soprattutto rafforzando la politica di promozione».
Discorso ancora più difficile è quello dei quasi 5.000 prodotti tradizionali: «Uno su 4 - ricorda la Cia - è in via di estinzione. Sono specialità riscoperte e portate avanti da agricoltori-custodi che fanno “bioresistenza” e molto apprezzate da chi fa la spesa in campagna e nei mercatini degli agricoltori ma, se valorizzate e riadattate a nuovi modelli di business (dalla vendita diretta alla creazione dei cosiddetti sistemi alimentari locali), potrebbero valere 11 miliardi di euro l'anno con l'indotto, più del doppio del giro d'affari del turismo enogastronomico italiano (5 miliardi)».
Come esempi di prodotti agroalimentari di Modena e provincia a rischio di estinzione si possono ricordare, fra gli altri, i borlenghi, i ciacci, il castagnaccio e i calzagatti.
Al tempo stesso i prodotti emiliano romagnoli sono quelli più colpiti dall’aumento delle frodi alimentari in Italia, che negli ultimi cinque anni sono più che triplicate, con un incremento record del 248 per cento del valore di cibi e bevande sequestrati perché adulterati, contraffatti o falsificati. Fra questi il Parmigiano Reggiano, e i prosciutti di Parma e di Modena. L’80% degli allarmi alimentari deriva da prodotti low cost di importazione, che riguardano anche le imitazioni dei prodotti come il Parmigiano Reggiano, che soffre la concorrenza sleale dei similgrana, le cui importazioni in Italia sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. I similgrana arrivano in Italia soprattutto dall’Europa a partire dalla Germania (8,3 milioni di chili) e dalla Repubblica Ceca (8,1 milioni di chili), anche se in forte crescita risulta l’Ungheria dalla quale sono giunti 2,7 milioni di chili, pari al 10% del totale delle importazioni. Un problema analogo riguarda i prosciutti che in quattro casi su cinque, tra quelli venduti in Italia, provengono da maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna senza che questo venga chiaramente indicato in etichetta e con l'uso di indicazioni fuorvianti, come “nostrano”, che ingannano il consumatore sulla reale origine. Il problema – ha più volte ricordato Coldiretti – riguarda sia il prosciutto crudo sia quello cotto, per il quale si stima la provenienza straniera in una percentuale superiore al 90 per cento. Le caratteristiche di questi prodotti sono profondamente diverse da quelli a denominazione di origine come il Parma e il Modena che sono ottenuti da allevamenti italiani regolamentati sulla base di rigidi disciplinari Ue.
Da sottolineare che ammonta a 15,4 miliardi di euro il business dell'agromafia 2014 che, grazie alla recessione dell'economia italiana, è aumentato del 10% in un anno conquistando anche il centro e il nord del Paese. A scatenare l'avanzata dell'agromafia - evidenzia il Rapporto presentato ieri - sono stati diversi fattori fra i quali quelli climatici e la restrizione del credito alle imprese. In particolare, i fattori climatici hanno colpito pesantemente la produzione, non più in grado di soddisfare la domanda, ciò che apre le porte a fenomeni di ulteriore falsificazione e sfruttamento illegale dei nostri brand. Le restrizioni nel credito alle imprese hanno portato alla chiusura di aziende o hanno indotto molti imprenditori ad approvvigionarsi finanziariamente presso operatori non istituzionali».
Anche Expo 2015, tempio del Made in Italy alimentare, rischia di essere invaso da migliaia di tonnellate di prodotti e generi alimentari contraffatti per un valore che potrebbe superare i 60 miliardi di euro.
Su questi temi è intervenuto anche Luigi Scordamaglia, Ad dell’azienda Inalca (Gruppo Cremonini) e presidente di Federalimentare: «L'industria alimentare italiana - ha detto Scordamaglia - è in prima linea assieme agli altri operatori della filiera e alle autorità preposte nella lotta all'illegalità e ai crimini agroalimentari. I produttori investono ogni anno il 2% del fatturato, circa 2,6 miliardi di euro, per assicurare sicurezza e qualità dei prodotti alimentari. L'illegalità crea un danno economico e occupazionale al nostro comparto e penalizza l'immagine delle 58mila aziende alimentari che puntano su trasparenza e qualità. Per la trasversalità di un fenomeno che ha molte sfaccettature, dalle infiltrazioni malavitose nella filiera, a frodi e contraffazioni - aggiunge - è interesse di tutti isolare e perseguire chi viola le regole».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
