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Modena-Istanbul: un’avventura in bici di duemila chilometri

di Francesco Cottafava
VIAGGIO
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La storia di Giovanni Macchitelli. Per festeggiare la laurea il viaggio in solitaria: «Mai in pericolo, solo grandi emozioni»

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Giovanni Macchitelli per festeggiare la laurea in ingegneria ambientale si è regalato un viaggio meraviglioso, un viaggio lungo 21 giorni che l'ha portato ad attraversare dieci Paesi. Da Modena fino a Istanbul, da via Maria Curie fino alla “Sultanahmet camii”, meglio conosciuta come la Moschea Blu. Ma a rendere veramente speciale questa attraversata dell'Europa è stato il compagno di viaggio di Giovanni, la sua bicicletta. Una Cinelli bootleg racing rats, che con le borse laterali, un borsello davanti, una tenda ed un materassino era arrivata a pesare 30 chili. Un compagno che l'ha condottodall'Itala alla Turchia, passando per Sloviena, Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania, Kosovo, Macedonia e Bulgaria: 21 giorni di viaggio, 2159 chilometri, 19.000 di dislivello, 116 ore trascorse in bici bucando almeno una volta ogni due giorni prima di tornare in aereo a Bologna e raggiungere Modena comunque su due ruote, arrivando sotto la Ghirlandina per un selfie per poi riabbracciare gli affetti più cari.

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Quando hai deciso di intraprendere questa avventura?

«Mi sono avvicinato al ciclismo nell'estate del 2006, quando io ed il mio amico Alessandro volevamo andare al mare ma avevamo pochi soldi. Da quel momento è scattato qualcosa. Raggiungere Istanbul era un sogno che cullavo da anni».

Perché hai scelto come meta proprio Istanbul?

«Perché è una città simbolica. È l'unica città al mondo che si sviluppa su due continenti, e Costantinopoli è una delle culle delle nostra civiltà. Poi mi piaceva l'idea che superando il cavalcavia della Maserati si poteva raggiungere la Turchia. Infine avevo sempre desiderato conoscere i Balcani, perché quando ero piccolo lì c'era la guerra e non avevo realizzato che era un territorio così vicino al nostro».

Che cosa ti piace della bici?

«La bici ti porta a ragionare su te stesso, a capire che cosa devi fare nella vita. E poi c'è la fatica: la bellezza di darsi un obiettivo e di raggiungerlo».

Perché sei andato da solo?

«Perché nessuno voleva venire con me (ride, ndr). A parte gli scherzi mi stuzzicava l'idea del viaggio introspettivo. Viaggiare da solo ti arricchisce molto e ti costringe a chiedere aiuto ad altre persone: chi viaggia da solo non è mai da solo».

Qual è stato il momento più emozionante del viaggio?

«Il primo in Montenegro, alle bocche di Cattaro: una meravigliosa salita di 20 chilometri ti porta da 0 a 1000 metri, il panorama in vetta è mozzafiato. Il secondo, invece, è stato in Bulgaria al 19° giorno di viaggio, quando per l'ultima volta scollinavo i 1000 metri prima di scendere fino ad Istanbul. Piangevo dalla felicità, perché avevo capito che ce l'avevo fatta. Ma piangevo anche perché la parte più bella del viaggio era finita».

Quale quello più difficile? «I giorni più ansiosi sono stati sicuramente quelli in Italia. Innanzitutto perché non sapevo cosa aspettarmi dal viaggio e perché avevo lasciato a Modena tanta gente che era in pensiero per me. Poi perché ho dovuto attraversare la pianura veneta, il paesaggio più brutto che ho incontrato».

Ti sei sentito in pericolo?

«Mai. Ho incontrato in tutti i paesi gente disponibilissima. Anche gli anziani che ho incontrato nelle stradine più sperdute d'Europa, che non parlavano nemmeno l'inglese, hanno provato ad aiutarmi. Un vecchietto in Kosovo si è messo a disegnare la mappa del paese sull'asfalto. In Albania tre bambini che stavano giocando a calcio mi hanno aiutato a montare la tenda senza che glielo chiedessi».

Quante volte sei caduto? «Una, ad Istanbul. Mi sono incastrato nei binari del tram e mi sono rovesciato».

La tua giornata tipo?

«Sveglia alle 6. Alle 7 ero già in sella alla bici perché volevo sfruttare le poche ore di sole che avrei incontrato. Di solito non pedalavo dopo le 16, quando iniziavo a cercare un posto dove dormire.Ogni sera mi concedevo una birra come premio per la fatica».

Dove hai dormito?

«In tenda, anche a strapiombo sul mare: fantastico. Ma anche utilizzando il “couchsurfing”, in hotel ed ostelli. Quando trovavo una connessione comunicavo con Modena, perché i nonni erano preoccupatissimi. Poi cercavo di aggiornare quotidianamente un diario su Facebook».

Hai incontrato altri avventurieri durante il percorso?

«In Bosnia ho chiacchierato con Pietrus e Viktor, che partiti dalla Svezia raccoglievano 1 euro per ogni chilometro fatto per un'associazione umanitaria. Poi due sorelle gemelle francesi in Bulgaria, ma le loro bici sembravano delle “Grazielle”. L'incontro più incredibile l'ho avuto in Montenegro, quando due ragazzi francesi mi hanno confessato di voler andare fino a Pechino. 18.000 chilometri e quasi undici mesi di viaggio».

Hai già scelto quale sarà il tuo prossimo viaggio?

«Ancora no, ma mi piacerebbe andare a Gibilterra. Raggiungere le colonne d'Ercole, dopo Istanbul, sarebbe il completamento di un viaggio nella storia. Altrimenti andare ad Amsterdam, o fare il cammino di Santiago».

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