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Odoardo Focherini: ritratto familiare nei ricordi della figlia

Odoardo Focherini: ritratto familiare nei ricordi della figlia

Esce per le edizioni Dehoniane un libro sul beato carpigiano A curarlo il nipote che ha raccolto documenti, storie, lettere conservati dalla madre Olga, primogenita di Odoardo e Maria Focherini

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MODENA. La memoria, il dovere della memoria, specie di fronte ad una dilagante follia collettiva che sembra reincanalare il mondo verso tragedie già vissute. E, insieme, il ricordo di una “normalità” che si coniuga con l’eroismo non sui toni dell’enfasi ma, più semplicemente, dell’umanità, dell’empatia, del rispetto degli altri e di sè.

Nell’imminenza del “Giorno della Memoria” esce per le Edizioni Dehoniane di Bologna “Questo ascensore è vietato agli ebrei” un libro dedicato ad Odoardo Focherini, nato a Carpi nel giugno del 1907 e morto nel 1944, nel campo di concentramento di Hersbruck, lasciando la moglie e sette figli. Focherini, Giusto fra le Nazioni dello Stato di Israele, beato della Chiesa oltre che medaglia d’oro al merito civile della Repubblica italiana, salvò dalla deportazione centinaia di ebrei, protagonista, con tanti altri uomini “normali”, di una rete clandestina di soccorso che operò nel Modenese negli anni delle persecuzioni naziste.

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Focherini è raccontato dalla figlia Olga attraverso una serie di documenti, lettere, memorie personali, ricordi materni che ora, a qualche anno dalla sua morte, sono stati assemblati e ordinati dal figlio di Olga, Odoardo Semellini, “strumento” di affetti familiari che scorrono nel libro con grande semplicità e autenticità. È lo stesso Odoardo, infatti, nell’introduzione che segue la bella prefazione di Moni Ovadia (che pubblichiamo qui accanto) ad aprirci le porte di una vita costruita sull’onestà, sulla tranquillità di una discreta condizione economica e su una fervente fede religiosa.

È lui che spiega la scelta di aprire, grazie alla testimonianza di Olga «una luce ancora inedita sulla figura di Odoardo Focherini, diversa dalle pur importanti celebrazioni che gli sono state tributate negli ultimi anni». E ancora: «... per dirla con le parole di Olga, emerge “un uomo normale come tutti, che si lascia andare, che sta male, che piange, che è combattuto tra le speranze del ritorno e il timore di non tornare più” e che proprio per questa sua fragilità “può essere proposto come esempio a tutti, vecchi o giovani che siano, qualunque idea o modo di pensare abbiano”».

Il libro ci conduce così attraverso una vita normale, scandita dalle estati a Rumo, in Val di Non, là dove Odoardo aveva conosciuto la moglie Maria che avrebbe portato in dote a lui, ai loro futuri figli, nipoti e pronipoti, un legame indissolubile con la montagna e con una casa passata di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Ci conduce attraverso il trasferimento per lavoro a Carpi, la creazione di una famiglia, i primi segnali della follia antisemita, l’arresto, la prigionia, le lettere, la speranza di tornare... Tutto attraverso la storia privata di un uomo che diventa storia pubblica e monito per non dimenticare mai. (r.s.u.)

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