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«Io, scampato agli orrori della prigionia»

di Serena Arbizzi
«Io, scampato agli orrori della prigionia»

Brenno Lodi. 91enne di Carpi, oggi riceverà in prefettura la Medaglia d’Onore. Il riconoscimento anche a quattro defunti

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Oggi alle 11 in Prefettura, saranno consegnate le Medaglie d'Onore ai familiari dei deportati o internati nei lager nazisti. Unico ‘reduce’ ancora vivente al quale sarà consegnato il riconoscimento è il carpigiano Brenno Lodi che a 19 anni si ritrovò con la Divisione Acqui nell’isola greca di Cefalonia il fatidico 8 settembre 1943. Lodi, tipografo dell’Accademia Militare di Modena negli anni successivi alla guerra (stampava libri di testo per ufficiali) è un sopravvissuto al massacro di oltre 9mila uomini per mano dei tedeschi, che punirono così l’Italia, colpevole di avere siglato l’armistizio con gli Alleati.

L’allora giovanissimo soldato della fanteria Lodi fu catturato e costretto a vivere prigioniero in diversi campi militari in Europa. Si commuove ancora, Brenno, quando ricorda l’orrore della prigionia e la Memoria diventa una lacrima che gli solca le poche rughe di un viso ancora freschissimo, a quasi 92 anni da compiere.

Qual è l’immagine che le scorre davanti agli occhi ricordando quegli orrori?

«Sono stato arruolato nel febbraio 1943 e ricordo che andammo in treno in Grecia, da Mestre. Dopo alcuni cambi, arrivammo a Sami, un piccolo porto dell’isola di Cefalonia. Allora eravamo giovani e si scherzava fra noi mentre si andava alla guerra. Eravamo in piena epoca fascista: quando fui chiamato alle armi mi venne chiesto se volevo la tessera del partito fascista, ma io risposi di no, perché era stato il re a chiedermi di combattere. Sull’isola stavamo bene: ci chiamavano l’armata “s’agapò”, che in greco vuole dire “ti amo”. Un’allusione alle relazioni che nascevano tra gli italiani e le ragazze del posto. E con i tedeschi c’era armonia. Almeno fino all’8 settembre».

Cosa cambiò da quella data?

«Le alternative erano due: cedere le armi o combattere contro i tedeschi, dei quali, improvvisamente, non eravamo più alleati. Iniziarono a sbarcare sempre più “alpini” tedeschi e un giorno un nostro comandante sparò contro uno zatterone da sbarco tedesco e da lì iniziò l’incubo. Ci dissero subito di consegnare l’artiglieria pesante, ma i comandanti risposero di no. La nostra “resistenza” durò dall’8 al 28 settembre, poi i tedeschi ci condussero su camion fino ad Argostoli, dove fummo rinchiusi nella caserma Mussolini. Poi, dopo un viaggio in treno di circa un mese all’interno di vagoni bestiame, dove stavamo in 40, ci portarono in un campo di prigionia, a Pinsk, in Bielorussia. Qui ci tenevano in vita solo perché eravamo schiavi per la realizzazione di opere belliche. Poi, siccome i russi stavano avanzando e sentivamo che ci sparavano sulla testa, venivamo spostati a seconda delle esigenze di ritirata dell’esercito tedesco. Fummo trasferiti nella Prussia Orientale, e infine in Polonia. Dormivamo all’addiaccio, o nei capannoni, avvolti nel fieno o, ancora sui letti impilati uno sopra l’altro nelle baracche. La popolazione locale, quando poteva, ci dava una mano, portandoci pane o altre provviste. Tra gli orrori, invece, ricordo una volta in cui dopo un’epidemia di tifo, fui impiegato per seppellire tantissimi cadaveri. Li ricoprivamo di carta e li trasportavamo fino alle fosse comuni… ».

Quando vide la libertà?

«A Stutov, vicino a Danzica, in Polonia. Fui liberato dai russi il 9 maggio 1945 quando, al collo, indossavo il mio numero di riconoscimento, che avrebbe consentito la mia identificazione nel caso fossi morto: 184/16993, accompagnato dai riferimenti della mia famiglia. Venni portato a Brest, al confine tra Polonia ed ex Urss, in un campo di smistamento e dovetti attendere fino ad ottobre per ritornare a casa».

Quale messaggio indirizza ai giovani, per non dimenticare?

«I giovani d’oggi si documentino per ricordare che la guerra è una cosa orribile… Studino, lavorino, e puntino alla creazione di una famiglia, il nucleo della società, per evitare che questi stermini si ripetano».

Insieme a Brenno Lodi, riceveranno la Medaglia d’Onore i parenti dei defunti Aduilio Contri di Riolunato, Dante Cuoghi di Formigine, Attilio Gatti di Modena e Lino Verucchi di Modena.

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