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Lacrime e nostalgia il Katamarano Rock è al passo d’addio

di Saverio Cioce
Lacrime e nostalgia il Katamarano Rock è al passo d’addio

Modena registra l’ennesima chiusura di un locale storico L’originale pizzeria saluta i clienti modenesi. Per sempre?

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Luci spente per l’ultima volta, tra commozione e brindisi, per uno dei locali-mito della Modena degli anni ’90.

Dal 31 dicembre, dopo quasi ventitre anni, il Katamarano Rock ha salutato l’affezionatissima clientela. L’arredamento fatto di veri surf, di dischi in vinile e di tavolini con le copertine dei successi dai Beatles e dei Led Zeppelin, sono stati traslocati. Cancellate anche le insegne esterne, rimane solo un mosaico in vetro soffiato con la scritta sulla vetrina; anche i listelli in piombo che lo rendono unico sono ingrigiti da un abbandono ingiusto.

Tra poco dovrebbe riaprire al suo posto un altro locale, una birreria di livello, con prodotti artigianali e di qualità. Tre ragazzi giovani tenteranno la scommessa, ma con il nome cambiato perchè quell’esperienza è conclusa.

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E dire che in quella pizzeria schiacciata dalla tangenziale, con lo svincolo e le barriere antirumore che la rendono invisibile anche da via Respighi, era conosciuto da Milano a Roma e dopo gli spettacoli al Vox avevano fatto tappa sulle sedie in metallo Eurythmics e Billy Idol, Kurt Cobain e tanti altri. Idem per Jovannotti, Renga, Elio e le Storie Tese. E poi ancora Ligabue, che per anni è stato ospite fisso, anche in piccola compagnia, quando aveva voglia di rilassarsi. Un pubblico sempreverde fatto di giovani ed ex giovani si è alternato ordinando pizze che con la tradizione italiana avevano tutto, ma proprio tutto, tranne che il nome. Mozzarella, pomodoro, speck, grana erano gli ingredienti base di chi ordinava Jazz, Funky, Beat, Soul. Per non parlare delle gite organizzate rigorosamente per 50 partecipanti per i festival della birra, i concerti, i castelli...

Dietro a tutto questo un signore che oggi, a 52 anni, non rinuncia al codino e a quel mondo di sogni colorati degli hippy nonostante abbia dovuto fare i conti con la realtà molte volte. Troppe ormai.

Sandro Casini da quando ha smontato il locale ha un groppo alla gola che gli rende difficile raccontare il piccolo, grande mondo del Katamarano Rock, pizzeria nata per scommessa e cresciuta i primi quindici anni sino ad avere sei persone al lavoro, fissi, tutti i giorni, capace di servire 150 coperti a sera e di raddoppiare l’apertura a mezzogiorno, per accontentare rappresentanti di commercio e dipendenti delle aziende della zona artigianale.

Allora tutto finito?

«Sì. Ci sono voluti tre anni per trovare gli interlocutori giusti e adempiere a tutti i vincoli con Agenzia delle Entrate, licenze, Camera di Commercio ma adesso il locale ha chiuso i battenti definitivamente. Dal ’92 praticamente facevo tutto da solo, dagli ordini alle pizze, e il sabato c’era chi mi veniva a dare una mano. Gli affezionati, la mia clientela fissa, non è mai mancata all’appello e non ha fatto storie se c’era da aspettare: ci conosciamo da anni e siamo amici».

Rimpianti?

«Tanti, ogni giorno. Continuano a scrivermi a centinaia via mail, sul sito del Katamarano Rock. Ho provato a rispondere poi sono stato travolto. Di qui la richiesta di non mandarmi più lettere nè messaggi. Già in questi anni ho ammucchiato uno scatolone di cartoline di saluto da chi veniva a mangiare la pizza e poi restava affascinato dall’ambiente e voleva restare in contatto con me e gli altri amici».

Nessun ripensamento dell’ultim’ora

«Nessuno anche perchè sono rimasto senza fiato dopo tre anni di lavoro durissimo. Gli amici mi chiamavano “one man band”, come quei suonatori che girano le piazze suonando quattro strumenti da soli. Del resto è cambiato il mondo attorno a me. Tanto per cominciare il cantiere della tangenziale per molti mesi mi ha stritolato cancellando gli spazi per i parcheggi, poi è arrivata la crisi che ha svuotato le aziende più grosse di questa zona o le ha spinte a trasferirsi. Infine c’è stata la crisi che dal 2008 ha picchiato duro. Meno gente giro, meno soldi, meno tutto. Il locale così come era cresciuto non aveva più ragione di esistere».

Resta il nome, quasi leggendario. Com’è nato?

«Quando dico che tutto è nato per scommessa non racconto favole. Le mie prime esperienze sono al Wienna e poi ai Cortili con le Estati Modenesi. E nel resto dell’anno avevo preso l’abitudine di andare ad aiutare Lamberto Lamberti, che tutti conoscevano come Rock, perchè vent’anni prima di Celentano usava questo nome per distinguere nel mondo tutto ciò che era giusto e buono. Nene, lui ebbe per lungo tempo un locale a Sassuolo, il Rock per l’appunto, che poi cedette e si trasferì vicino a Serramazzoni e che chiamò Rock Mountain, per distinguerlo da quello lasciato in pianura. Lì ho imparato a fare pizze e dolci e tantissime altre cose. Lui era di un’umanità travolgente, straripante. Peccato che sia morto anzitempo per un incidente stradale».

E il locale di via Respighi?

«Già, il mio. Lui mi caricava le braccia e le mani di piatti in bilico, per vedere se me la cavavo. Si divertiva alle mie battute, e pure i clienti. E tante sere salii sul palco a suonare, come faceva lui che era un batterista di grido a Napoli in gioventù e aveva suonato con i grandi. Bene, fu lui a spronarmi, a dirmi di fare la mia strada e di mettermi a correre da solo. Siccome io facevo surf, volevo qualcosa che ricordasse il mare e così nacque Katamarano, con la “k” come la lettera finale di rock. Quelle imbarcazioni velocissime, con due scafi e una vela che le spinge oltre ogni limite mi sembravano un nome buono per un locale che a Modena faceva musica dal vivo e metteva Jim Morrison mentre la gente mangiava pizze. Il resto è stata la storia di ogni giorno, con la mia passione per la musica, i classici del pop. Ho contagiato anche gli altri, i clienti venivano da me per quello».

Una ripartenza possibile?

«Per adesso stop, mi fermo qualche mese. Raggiungo Formentera con la famiglia, ci vado da trent’anni quando non era famosa e conosco tanta gente. Vedremo, tanti mi chiedono di ripartire da un altra parte ma con lo stesso arredamento. Chi lo sa? Rifare un clima, un modo di stare insieme non è facile»

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