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Quelle intercettazioni che accusano Bianchini

Quelle intercettazioni che accusano Bianchini

Chiama al telefono i fiduciari del clan nella sua ditta per seppellire l’amianto «Devo fare un pavimento veloce...», ma i carabinieri lo stavano osservando

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SAN FELICE. Una infinità di intercettazioni telefoniche ed ambientali, per confermare il lato oscuro di un imprenditore che molti, almeno fino a ieri, hanno continuato a difendere, considerandolo al più un superficiale che al più si era fatto abbindolare da un “qualcun altro” della situazione. D’altra parte, era stato lo stesso Augusto Bianchini, quando venne resa nota la motivazione della sua esclusione dalla “White list” della Prefettura, a sostenere di non conoscere gli operai che aveva assunto, tantomeno le loro parentele “difficili”. Così come aveva sostenuto di non conoscere i contenuti “all’amianto” degli inerti che la sua ditta ha distribuito un po’ ovunque, nei cantieri della ricostruzione, sotto scuole, campi profughi, campi sportivi... Nei giorni scorsi, poi, i suoi legali chiedevano a gran voce l’archiviazione dell’inchiesta sull’ amianto aperta a Modena, così come era accaduto a Reggio, dove era stata rapidamente avvalorata la tesi dell’amianto “a sua insaputa”.

Chissa cosa pensavano gli uomini della Direzione investigativa antimafia, a leggere quelle difese - e quelle del senatore Giovanardi - e a leggere dall’altra parte gli atti dell’inchiesta che ha condotto al sequestro dei beni della Bianchini e della Ios del figlio Alessandro. A leggere, anzi, la trascrizione testuale delle parole stesse dell’imprenditore rivarese. Parole sue, ma anche della moglie Bruna Braga e del figlio Alessandro. La prima subentrata nella nuova ditta che vorrebbe “tombare” in via Lavacchi la famosa e contestatisstima montagna all’amianto, che giace da mesi accanto ad altre ditte e case. Il secondo a sua volta vittima dichiarata - con estenuante e progressiva difesa del senatore Giovanardi - della esclusione dalla White list della sua nuova ditta Ios, quella dove sono confluiti mezzi e uomini della ditta di papà. Un contrasto così evidente - tra le dichiarazioni e le intercettazioni - da far dire agli investigatori della Dda tra le righe che neppure i colleghi delle Procure locali erano a conoscenza di tutta quella mole di investigazioni e riscontri. Che i magistrati sintetizzano così, definendo Bianchini una «figura strategica nel processo di infiltrazione della cellula criminale nei lavori relativi alla ricostruzione susseguente al sisma che ha interessato l’Emilia nel maggio 2012». Parliamo dell’infiltrazione della ’ndrangheta cutrese, per intenderci.

Nel contestargli il concorso esterno nell’associazione mafiosa venuta da Reggio, i magistrati dedicano decine di pagine all’imprenditore rivarese, ufficialmente cessato dopo tante accuse agli stessi investigatori e alla prefettura che lo ha escluso dal terremoto. Accuse di averlo ingiustamente colpito. E da quelle pagine emerge invece un ruolo a dir poco consapevole.

Ad esempio rispetto al sotterramento dell’amianto, ad operazioni fiscalmente “azzardate” (è un eufemismo) con società e persone collegate ai clan. E poi una conoscenza a dir poco imbarazzante con i personaggi assunti “a sua insaputa”, e invece deliberatamente utilizzati anche nelle operazioni più immorali, come il tombamento dell’amianto sotto una ditta biomedicale di San Felice. Manovalanza di particolare fiducia, poi premiata con decine e decine di ore di lavoro... “straordinario”.

«Domattina avrei bisogno che veniste qui in tre... devo fare un pavimento veloce, da tirare del calcestruzzo». È venedì 19 ottobre 2012, quando Bianchini effettua tre quattro telefonate in rapida sequenza con Lauro Alleluia, uomo di fiducia di Michele Bolognino, ritenuto emissario del clan presso la ditta Bianchini, dove secondo i riscontri degli investigatori in seguito ad accordi erano stati assunti venti uomini gestiti dallo stesso clan. In sostanza si sta preparando il tombamento dell’area di via Lavacchi, dove secondo un esposto di Carlo Valmori erano state sparpagliate briciole e frammenti all’amianto, base di uno stabilimento biomedicale in costruzione. Poche ore dopo, sabato mattina, il tombamento effettivamente avviene. Sul posto ci sono Bianchini e il figlio Alessandro, che si scambiamo telefonate, preoccupati di non essere visti. Ma non sanno che i carabinieri il giorno prima li hanno ascoltati, e sono in zona, proprio per verificare quello che accadrà. Ovvero che grazie alla cementata di “magrone” (il pavimento veloce) il successivo sopralluogo di Arpa non potrà avere esito.

Nelle intercettazioni ambientali ci sono anche i dialoghi con la moglie di Bianchini, Bruna, che rimprovera al marito gli azzardi di quei giorni. O con il consulente ambientale, Vignali, il quale a proposito della famosa montagna all’amianto in ditta e dell’imminenza di ulteriori controlli dice a Bianchini: «Qui però ci abbiam buttato della roba... bisogna stare attenti a questa roba qui...». E poi le intercettazioni con i politici locali, anche finalesi, che Bianchini peraltro conosceva da anni, pagando - almeno ad uno - la campagna elettorale. Frequentazioni e telefonate da far dire ai magistrati dei “buoni rapporti” con le istituzioni locali. Un fronte che, al di là di qualche sottolineatura, le indagini non traducono in contestazioni formali. Tranne che per il geometra Gerrini, sul quale invece si incentra un altro dei rami portanti dell’inchiesta.

Alberto Setti

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