Bancari in sciopero contro l’Abi
Oggi ampia adesione alla protesta per il contratto nazionale. Manifestazione a Ravenna
«Per la prima volta dal dopoguerra si vuole cancellare il contratto di lavoro, cancellando di fatto la categoria dei bancari». Sono parole dei sindacalisti di settore per evidenziare il braccio di ferro tra le organizzazioni che rappresentano i lavoratori impiegati negli istituti di credito e l’Associazione bancaria italiana (Abi). Tanto che nella giornata di oggi incroceranno le braccia per otto ore con una manifestazione che si diramerà tra Palermo, Roma, Milano e Ravenna (quest’ultima sede della manifestazione nazionale).
«Arriviamo a questo appuntamento – spiega Roberto Cattabriga di Fisac/Cgil – dopo avere fatto assemblee che hanno coinvolto oltre mille lavoratori su 4.500. Ci aspettiamo punte di adesione pari all’80-90 per cento, considerando la partecipazione che abbiamo riscontrato».
Oggetto della discordia è il rinnovo del contratto nazionale, scaduto a giugno del 2014 (per il quale era stata concessa una proroga fino al 31 dicembre scorso).
«La posizione di Abi – prosegue Cattabriga – è inconcepibile, perché rifiuta la logica di avere un contratto unico, privilegiando la frammentazione dei contratti aziendali».
Il casus belli è stata infatti la scelta di Abi di disdettare il primo gennaio il contratto nazionale dei bancari, dichiarando la disapplicazione dello stesso a partire dal primo aprile; che tradotto significa che lo scenario che Abi prospetta è di tanti contratti aziendali specifici per ogni istituto di credito (sulla scia di quanto fatto da Sergio Marchionne con la Fiat una volta uscito da Confindustria). Ed è ora questo il punto di maggiore gravità per i sindacati, quello che li porterà di nuovo in piazza: l’ultima iniziativa c’era stata a fine 2013 ma nei quindici anni precedenti la categoria dei bancari non era mai scesa in piazza. Un ulteriore affronto da parte dell’Abi, dopo il confronto acceso sulle questioni economiche: due anni fa la richiesta formulata dai sindacati nella piattaforma era stata di 112 euro di aumento, oggi abbassata a 50-60 euro, ma ancora troppo alta per la controparte.
«I test della Bce – aggiunge Paolo Bellentani, Fiba/Cisl – hanno messo in evidenza che le banche hanno abbassato la redditività, ma anche che hanno 180 miliardi di euro di sofferenze, il 48 per cento delle quali nate da impieghi pari o superiori a 2 miliardi di euro. Questa facilità nel concedere il credito, magari in cambio di favori, ora i banchieri chiedono di risolverla tagliando risorse al personale».
«La disdetta del contratto – prosegue Giorgio Giovanardi, Uilca/Uil – è un attacco diretto alla Costituzione, che considera il credito un bene per la collettività. La logica di Abi è di portare le banche alla stregua di aziende, ancorandole solo alla logica del profitto».
E in questo scenario anche il decreto del governo che porta dieci banche popolari a trasformarsi in spa entro 18 mesi e che trova i sindacati fortemente contrari, «perché – ha affermato Luca Baroni della Fabi – comporterebbe, secondo le prime stime, circa ventimila esuberi. La riorganizzazione, infatti, stimolerebbe all’aggregazione tra le banche, con una riduzione dei costi che porterà allo svuotamento dei posti di lavoro».
Felicia Buonomo
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