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«Bianchini ha provato a depistare l’inchiesta»

«Bianchini ha provato a depistare l’inchiesta»

Per gli investigatori ha fatto gettare pezzi di amianto nel cantiere dei map «Voleva dare la colpa alla ditta Baraldi». Ruolo oscuro del consulente Caruso

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Bianchini avrebbe tentato di depistare le indagini sull’amianto, cercando di passare come vittima di un sabotaggio e accusando la ditta Baraldi di San Prospero di quel sabotaggio.

È quanto si evince dall’ordinanza che dispone l’arresto dell’imprenditore rivarese.

La ricostruzione del giudice parte dal ritrovamento, nel cantiere per la costruzione degli 80 Map di via Tassi a San Felice (nella foto) di tre frammenti di amianto. All’epoca - eravamo in piena polemica amianto e Bianchini aveva ottenuto da Coopsette il subappalto per via Tassi - l’imprenditore e il figlio Alessandro chiamarono i carabinieri denunciando di aver trovato strani frammenti nel cantiere. Sono le ore 15.13 del 9 novembre 2012 quando viene intercettata una conversazione nella quale Bianchini «fa delle esplicite insinuazioni circa il coinvolgimento di Baraldi nel tentativo di sabotaggio». Bianchini infatti commenta con il suo tecnico Vignali una frase attribuita da Alessandro a Baraldi, sulle contaminazioni all’amianto che si stanno scoprendo nei suoi cantieri: «Sarebbe come io che ti venissi a dire che ho messo del veleno nella minestra di Alberto (verosimilmente Silvestri Alberto sindaco di San Felice specifica il giudice) perché prima o poi muore».

Alle 17.07, il figlio Alessandro chiama Augusto Bianchini e gli riferisce che loro operai hanno trovato i frammenti di eternit in un altro cantiere, per l’appunto nell'urbanizzazione di via Tassi. “Alcuni frammenti - precisa l’ordinanza - erano stati portati in ufficio e, una volta visionati da Alessandro, ricollocati sul sito prima della richiesta di intervento effettuata ai carabinieri di San Felice. Anche in questa occasione Bianchini affermava chiaramente di essere vittima di un sabotaggio”.

Al giudice questa e altre conversazioni e comportamenti sembrano artificiosi. Tant’è che Bianchini poi riceve la telefonata di Giuseppe Caruso, il consulnte padovano che compare anche nelle indagini su Gerrini, il tecnico arrestato a Finale.

«Colui - sottolinea l’ordinanza parlando di Caruso - che il giorno prima aveva consigliato all'indagato di essere prudente nell'utilizzare il cellulare e che, parlando dei lavori di Sermide, aveva mostrato piena consapevolezza circa l'interramento e la copertura di materiale sospetto».

Il giudice conclude che dalla telefonata si capisce che Caruso è a San Felice, proprio «dov'è stato rinvenuto l'eternit, e di come lo stesso abbia assunto la gestione della problematica». Poco dopo arrivano i carabinieri, e trovano l’eternit... viaggiante. Il giudice sottolinea come «i pezzi di eternit trovati in loco fossero puliti, mentre il terreno in cui erano stati rinvenuti era stato ruspato e rullato il giorno prima; per questo motivo i frammenti avrebbero dovuto presentarsi sporchi e rotti».

Di qui l’ipotesi del complotto. Poi Vignali trova altro eternit uguale, richiama i carabinieri e Augusto annuncia una denuncia contro ignoti, che poi formalizza il giorno 13.

«La vicenda - scrive il giudice - presenta sfaccettature piuttosto ambigue, tali da far ritenere che, effettivamente, i frammenti di eternit rinvenuti siano stati collocati nel sito in maniera strumentale, probabilmente dallo stesso Bianchini». Il giudice osserva che Bianchini tiene in realtà il suo consulente Vignali all'oscuro delle sue ambigue attività di smaltimento, come nel caso di Sermide; pertanto è «logico ipotizzare che le giustificazioni e le ipotesi riferite da Bianchini al consulente non siano del tutto veritiere. Di conseguenza è altrettanto facile immaginare che egli voglia in tal modo dare forza alla linea difensiva che verrà intrapresa, non ancora dichiarata apertamente, basata nel sostenere di essere vittima di una macchinazione da parte di un concorrente».

La scelta di organizzare il depistaggio sarebbe arrivata dopo la perquisizione dell’8 novembre 2012 quando - spiega ancora il giudice - Bianchini «comprende che la vicenda sta avendo una pericolosa accelerazione, come gli fa notare anche Giuseppe Caruso». Ecco quindi che il giorno seguente si registra l'anomalo rinvenimento di eternit in via Tassi, che «offre a Bianchini l'opportunità di ufficializzare la sua difesa. L'episodio presenta però delle caratteristiche tali da far ritenere che i frammenti siano stati collocati di proposito per far pensare immediatamente ad un sabotaggio».

Peraltro, contrariamente a quanto accaduto in altre circostanze (come nel cantiere Unifer di Finale), Bianchini chiama subito i carabinieri e denuncia l'accaduto.

«È ovvio che il solo a poter trarre un ipotetico vantaggio dall'episodio in questione, sarebbe l'indagato che, in presenza di accertamenti sempre più stringenti da parte dell'Autorità Giudiziaria, avrebbe potuto in tal modo dimostrare di essere vittima di un'azione deliberata da parte di terzi».

Ma sul punto il giudice dà ragione all’ipotesi del pubblico ministero. E cioè è «alquanto inverosimile che una ditta concorrente, volendo danneggiare l'immagine e l'attività dell'indagato, collochi dei frammenti di eternit con modalità tali da rendere subito evidente l'estraneità di Bianchini».

In effetti, «nessun operatore del settore, nell'intento di danneggiare un concorrente, potrebbe collocare frammenti di amianto puliti su un terreno appena lavorato dalle ruspe poiché, diversamente, avrebbe finito per fornire a quest'ultimo la prova della propria estraneità».

Bianchini si è sempre difeso affermando che quello che lui credeva di macinare è fibrocemento, non contenente amianto. Ha anche detto di avere certificazioni in tal senso di chi gli consegnava il materiale.

«Non v’è dubbio che il quadro emerso nel corso delle indagini tratteggi una figura scaltra e affatto priva di scrupoli, come documentato sia dalle vicende relativie al capannone Phoenix di San Felice sia delle opere relative alla costruzione della tangenziale di Sermide», conclude invece l’ordinanza.

Aggiungendo che in diverse occasioni, nell'imminenza di controlli da parte dell'Arpa, lo stesso Bianchini «ordina ai propri operai di pulire i siti, nel chiaro tentativo di scongiurare, almeno dal punto di vista visivo, il rinvenimento di materiale contaminato». E’ accaduto nella sua sede di via Lavacchi, quando ordina ad Ermenegildo di pulire.

Dunque, «Bianchini è soggetto incline alla manomissione fraudolenta alterazione dei luoghi al fine di stornare da sé sospetti. Egli, inoltre, attribuisce la responsabilità della contaminazione dei siti ai fratelli Baraldi, soci della Baraldi spa e della Sear (società partecipata dalla F.lli Baraldi)» . Che pasticcio...

Alberto Setti

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