Gazzetta di Modena

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«Covezzi: infondati i racconti dei bambini»

di Carlo Gregori
«Covezzi: infondati i racconti dei bambini»

Finale. Le motivazioni della Cassazione: «Accusarono i genitori di abusi rispondendo alle psicologhe»

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FINALE. Caso Covezzi: nelle motivazioni ora pubblicate i giudici della Corte di cassazione respingono i ricorsi della Procura generale di Bologna e delle parti civili contro il secondo appello criticando duramente la credibilità delle narrazioni fatte dai bambini alle psicologhe che fecero la perizia poi utilizzata dalla Procura e dai periti. Sono gli argomenti che in dicembre hanno messo una pietra tombale su una vicenda giudiziaria durata 16 anni, durante i quali Delfino Covezzi è deceduto. «La assoluta singolarità della vicenda, le perplessità che lastricano molteplici passaggi del suo evolversi - scrive la Suprema Corte - le tante affermazioni dei bambini oggettivamente inverosimili, l’esistenza di una plausibile ricostruzione alternativa sono l’insieme delle considerazioni che inducono la Corte d’Appello di Bologna a non ritenere provata nei termini della necessaria certezza la tesi dell’accusa e da mandare quindi assolti gli imputati per non aver commesso il fatto». Valutazione che la Cassazione accoglie.

I giudici di Roma osservano infatti che la sentenza impugnata presenta talmente tante lacune, inesattezze e imprecisioni «da distendere sull’intero materiale narrativo un velo di dubbio assolutamente insuperabile. Infatti tutti i racconti cimiteriali sono certamente non veritieri e, quel che più conta, frutto verosimilmente di fantasie e suggestioni provenienti dall’esterno». Anche i racconti fatti dai bambini alle psicologhe sui loro genitori secondo la Cassazione generano solo altri dubbi: «I minori nell’immediato non compresero le ragioni dell’allontanamento dalla casa familiare. Non le collegarono ad abusi domestici. Iniziarono a interrogarsi e a narrare solo dopo che venne loro spiegato ciò che essi avrebbero dovuto sapere e cioè che in casa erano stati abusati dai genitori».

Tutto questo, in sintesi, sarebbe stato generato da una catena di errori: inizialmente una diagnosi sbagliata di deflorazione delle bambine, quindi la notizia del presunto abuso appresa dalle due psicologhe seguita dalle insistenti domande fatte ai bambini che rispondono creando racconti sempre più inverosimili senza che si possano proteggere.

La Suprema Corte dà per assodato da una sentenza passata in giudicato che i racconti dei “festini cimiteriali” fatti dai bambini e utilizzati nei procedimenti giudiziari e nelle perizie non sono affatto credibili: sono racconti divergenti e del tutto privi di riscontri. Inverosimili le minacce dell’ “avvocato strabico”, il difensore dei genitori-imputati, «in un contesto che vedeva la vicinanza a pochi metri dei genitori affidatari». Ma da dove si generano questi racconti truculenti di violenze sessuali? Secondo i giudici, i due fratelli si sarebbero visti dopo aver parlato con le psicologhe e si parlarono. «Ciò introduce un elemento di circolarità di informazioni reciproche e di reciproche contaminazioni».

Altro elemento: nessuna delle dichiarazioni fatte dalle presunte vittime dei genitori è mai stato videoregistrato e non esistono appunti. E l’oggetto dei racconti, seguiti dalle psicologhe, erano proprio i genitori che i bambini iniziarono ad accusare solo «tardivamente», mentre inizialmente non si spiegavano il loro allontanamento.

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