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Marò in India, caso di studio per i cadetti

Marò in India, caso di studio per i cadetti

Docenti universitari affrontano le norme del diritto marittimo e internazionale anche con gli studenti

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A poche ore dagli applausi con cui il Parlamento sottolineava le parole del neopresidente Mattarella di vicinanza con i marò prigionieri in India, a Modena il caso dei Fucilieri di Marina è stato discusso in Accademia Militare davanti a una platea gremita di cadetti e di studenti di Giurisprudenza.

Sul palco tre protagonisti del dibattito giuridico che hanno analizzato la vicenda dal punto di vista del diritto internazionale del diritto della navigazione. «A Modena abbiamo una tradizione ininterrotta di settant’anni di studi universitari su questi argomenti - ha ricordato il rettore nel suo saluto - L’occasione di fare lezioni in Accademia ci è data non solo dal livello dei relatori ma anche dall’opportunità di esprimere la nostra vicinanza, quella dell’università e della città di Modena, ai due marò. Anche loro sono due vittime: in qualità di arrestati sono da troppo tempo privati della libertà e dei loro diritti. Le tante istituzioni e i cittadini che in questi anni si sono mobilitati hanno ben compreso che siamo di fronte a un caso politico prima che giudiziario ».

In effetti è dal 15 febbraio 2012 che i due militari italiani, impegnati in una missione anti-pirateria e imbarcati sulla nave italiana Enrica Lexie, sono prigionieri in India per ragioni elle procedure giudiziarie dell’India; sino a oggi, a tre anni di distanza, non è stata ancora formalizzata l’istruttoria con l’accusa.

«Com’è noto - ha spiegato il professor Natalino Ronzitti, docente di diritto internazionale alla Luiss di Roma - i marò non erano su quella nave per loro decisione ma per scelta delle autorità italiane e quindi rappresentavano lo Stato italiano. La logica conclusione è che solo la comunità internazionale e soprattutto una commissione internazionale hanno facoltà di ricostruire l’accaduto fornendo elementi utili. E se i due fucilieri hanno commesso errori devono risponderne, ma alla magistratura italiana. Per me è stato un errore restituire all’India i nostri militari: la nave è entrata in porto attirata in acque territoriali con un inganno mentre stava navigando nelle acque internazionali ».

È quello che si chiama il “diritto alle contromisure”: l’India non ha rispettato le regole gli ingaggi e della protezione del naviglio estero in acque non territoriali e dunque anche l’Italia, a parere di Ronzitti, era sciolta dal vincolo di rispettare quello che avevamo sottoscritto per rimandare Latorre e Girone in Asia. Resta però il punto più spinoso, quello delle leggi italiane che oggi danno a un comandante civile l’ultima parola in un contesto di operazioni militari, anche nel caso di sorveglianza anti-pirateria. «Effettivamente - ha ammesso lo stesso Ronzitti malvolentieri - anche le nostre norme sono lacunose perchè il comandante dovrebbe avere l’ultima parola nel campo della navigazione mentre ai militari spettano le decisioni in campo militare. Così non è invece».

Il guaio, come hanno potuto verificare studenti e cadetti che gremivano l’aula magna sotto l’occhio del comandante Camporeale e degli altri gradi dell’Accademia, sta in quel tappo organizzativo che la legge voluta nel 2011 dal ministro la Russa ha bloccato a tempo indefinito. Ovvero, lo Stato mette a disposizione i suoi militari per le navi e gli affari privati, ma in caso di aggressione - come in India - i responsabili della difesa hanno le mani legate. In ogni caso la lezione si è svolta a porte chiuse; niente stampa, per evitare un altro caso internazionale e polemiche con l’India. Che il pasticcio indiano sia un caso di studio passi, ma Bombay vedrebbe male i due fucilieri in eroi nella scuola degli ufficiali dell’esercito mentre sono ancora in India. In ogni caso l’autorevole presenza di due magistrati militari, David Brunelli (oggi ordinario di diritto penale) e Marco De Paolis è servita a mettere a fuoco i vari aspetti della vicenda.

Saverio Cioce

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