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Pellacani: «Basta veti incrociati Uniti con Reggio per crescere»

di Davide Berti
Pellacani: «Basta veti incrociati Uniti con Reggio per crescere»

Il direttore della clinica dermatologica, 44 anni, pronto a diventare preside, lancia le sue provocazioni «Non è un centro di potere. A Modena si formano eccellenze, chiudano gli atenei che non insegnano»

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Giovanni Pellacani, 44 anni, direttore della clinica dermatologica del Policlinico di Modena sarà, salvo sorprese , il nuovo preside della facoltà di Medicina. Le elezioni sono fissate per il prossimo 12 febbraio, al momento non ci sono altri candidati, e a lui spetterà il compito di ridare lustro e credibilità ad una facoltà che ha fatto la storia di Modena e che oggi vive il momento di maggiore difficoltà.

Quando ha deciso di candidarsi?

«Un paio di settimane fa, ma non è stata una scelta facile».

L’hanno dovuta convincere?

«No, perché ho grande rispetto per l’istituzione e non voglio sembrare quello che fa il prezioso. La prima volta, però, dissi no. E solo pochi giorni fa ho accettato di mettermi a disposizione. Ad una condizione».

Quale?

«Che i dipartimenti fossero compatti il più possibile nel ritenermi persona degna per essere proposto in questo ruolo».

E come è andata?

«I direttori dei dipartimenti mi hanno comunicato che si poteva confluire sul mio nome. Così è da qualche giorno che ho cambiato gli impegni in agenda. Faccio incontri, ascolto quante più persone possibile e sono ufficialmente a disposizione di una facoltà che considero una grande eccellenza. Ed è un onore anche solo farne parte».

Che facoltà le lascerà il suo predecessore?

«L’università deve dire grazie all’impegno del professor Nichelli, che è stato al servizio dell’istituzione con grande disponibilità. Se sarò eletto ci sarà sicuramente parecchio lavoro da fare perché se si è arrivati a questa fase prolungata di stallo i problemi esistono, inutile negarlo».

Perché si è arrivati a questo punto?

«Temo ci si sia fermati a vecchie logiche di potere, blocchi ideologici, amicizie e inimicizie, veti incrociati. È umano non pensarla allo stesso modo, è umano anche discutere, ma non è vantaggioso perseverare. Se sono a disposizione della facoltà è perché ritengo che si debbano azzerare queste incomprensioni mettendo davanti a tutto il bene di Medicina».

Lei ha 44 anni, se diventerà preside sarà un giovanissimo alla guida di una istituzione che spesso viene identificati come il più classico dei baronati.

«Se qualcuno confonde la facoltà di Medicina come un organismo di potere si sbaglia. Oggi il potere è dei dipartimenti, alla facoltà resta un ruolo di aggregatore, di equilibrio, di mediazione, di funzionamento. La facoltà, oggi, deve far funzionare al meglio tutto il resto con un unico obiettivo: il bene comune, che è quello dei pazienti e quello degli studenti».

Dice cose condivisibili: pensa che qualcuno non sarà d’accordo con lei e si scontrerà con la sua candidatura?

«Non ho nessuna velleità e tutti possono essere votati. Io incontrerò da qui al giorno delle elezioni tutti i dipartimenti e spero che le idee e i progetti possano essere condivisi. Voglio ascoltare ciò che i colleghi pensano della facoltà».

Inutile negare il suo cognome, che ha fatto la storia di questa università. Pensa che qualcuno farà riaffiorare vecchi rancori e polemiche.

«Confido nell’intelligenza dei più e spero di essere giudicato sui fatti».

Suo padre cosa le ha detto?

«Ma chi te lo fa fare... Poi ha riso e come al solito ha lasciato che decidessi in grande autonomia. Sono orgoglioso di ciò che ha fatto mio padre per l’ateneo e per la città. E un esempio che stimo. Ma so di essere di parte».

Cominciamo a parlare di priorità. Qual è la prima cosa da fare?

«Al nuovo preside spetterà l’approvazione del regolamento. Basta rinvii: facciamolo alla prima convocazione e da lì partiamo. Non ci sono punti insormontabili, discutiamo ma approviamolo subito. A seguire si lavorerà sulle scuole di specialità e poi daremo scadenze a idee e progetti che nasceranno dal confronto tra i professionisti che lavorano nel nostro ateneo. Diciamocelo: siamo una facoltà eccellente che ha punte di diamante che tutti ci invidiano. Queste devono trainare e ci deve essere la consapevolezza di una facoltà di Medicina come volano di salute, educazione e investimenti».

La facoltà ha superato il trauma di Cardiologia?

«Non del tutto, ma non dal punto di vista operativo perché qui nessuno ha mai smesso di lavorare. Ci si deve invece fermare prima di giudicare: sarà la magistratura, nella quale abbiamo fiducia, a dirci che cosa è successo. Fino ad oggi ci ha rimesso tutto il Policlinico».

A proposito dell’azienda: il nuovo preside avrà l’onere di ricostruire un rapporto che oggi è molto teso.

«È mancato il dialogo e una spinta propulsiva a costruire insieme il futuro dell’ospedale. Ma questo non mi preoccupa: l’attuale rettore e l’attuale direttore generale sono persone intelligenti e il confronto nascerà senza difficoltà».

L’attuale dg, però, è dimissionario.

«È persona molto capace, ma deciderà la Regione».

C’è da superare anche l’eterno dualismo Policlinico/Baggiovara.

«Partiamo da un peccato originale, che va superato. Oggi i due ospedali ci sono e devono convivere evitando doppioni e spese inutili. Vanno definiti bene i compiti delle due strutture, rilanciando collaborazioni per lavorare insieme ad altissimo livello. Le dico quale sarà il nostro futuro vincente? Unirci con Reggio Emilia per eccellere davvero nelle nostre specialità».

C’è, però, chi vuole fare un’unica facoltà in tutta la Regione.

«Lo considero un errore grossolano. Convergere su unico polo significa creare cittadini e medici di seria A e altri di serie B. Di medici c’è bisogno, a tutti i livelli. E qui vengono da tutto il mondo per vedere come si insegna medicina. Che chiudano le facoltà dove oggi non si insegna più».

Cosa si augura per gli studenti?

«Che abbiano la possibilità di fare più ore di pratica grazie a nuovi progetti che, mi auguro, si possano portare avanti».

Lo sa che, se sarà eletto, dovrà nominare subito primari di peso: Cardiologia, Ginecologia, Oncologia...

«I diktat non fanno bene a nessuno, si discuterà collegialmente trovando il meglio».

@dvdberti

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