Robustelli: «Quel corso? Per nulla frivolo»
La linguista sulla scelta del Comune: per i dipendenti definire il genere servirà a comunicare meglio
“Svolta linguistica” per i dipendenti del Comune ai quali sarà richiesta una maggiore consapevolezza dell'uso del linguaggio di genere. È stato infatti approvato, giovedì scorso in consiglio, l'atto di indirizzo per «l'uso del genere nel linguaggio amministrativo».
Entro l'inizio dell'estate i dipendenti comunali parteciperanno a un corso per la formazione per i funzionari sull'uso del linguaggio di genere. «Questa operazione del Comune si inserisce in un circuito virtuoso di Comuni e di istituzioni che usano il linguaggio di genere - ha commentato Cecilia Robustelli, docente del Dipartimento di Studi linguistici e Culturali dell'Università di Modena e Reggio - un'operazione altamente apprezzabile, un’alta dimostrazione della grande civiltà del Comune e della sua attenzione alla cittadinanza, e all'inclusione delle donne nella cittadinanza. Modena è sempre stata all'avanguardia per quanto riguarda il rispetto della figura femminile».
Alla professoressa Cecilia Robustelli, autrice tra gli altri del manuale “Donna grammatica e media”, pubblicato la scorsa estate e presentato alla Camera dei Deputati su richiesta della presidente Laura Boldrini, abbiamo chiesto di commentare il provvedimento deciso dal Comune. Forse il sospetto che può insinuarsi nella mente di chi non è un “addetto ai lavori” del linguaggio, riguarda l'effettiva utilità di una mossa di questo tipo.
Quanto può incidere un uso corretto del linguaggio per favorire il rispetto di genere?
«È importante nella forma mentis, perché il linguaggio crea delle immagini nella mente delle persone. La determinazione del genere grammaticale rispetta quello sessuale, e quindi ha una funzione individuante. Non è una cosa frivola, è fondamentale, permette di comunicare con maggiore precisione la realtà, e a volte è proprio indispensabile».
Cosa pensa dell'atto di indirizzo promosso dal Comune?
«Credo che questo atto di indirizzo abbia un significato molto più ampio di quello che si può semplicemente definire cambiamento del linguaggio di genere. È una sollecitazione a cambiare la mentalità verso il genere, e anche una grossa operazione culturale».
Cosa intende?
«È un cambiamento di mentalità perché usare termini maschili in riferimento a ruoli professionali o istituzionali delle donne significa nascondere la presenza delle donne. Il linguaggio invece può renderle visibili. Perché non c'è alcun dubbio che se una persona parla del ministro Bianchi o del prefetto Rossi l'immagine mentale che si crea in chi ascolta è quella di un uomo. Questo da una visione molto parziale della realtà, una visione androcentrica non più rispondente alla attuale condizione femminile. Questo è il primo punto».
Lei ha parlato anche di operazione culturale. Perché?
«Un'operazione di tipo culturale che si esplica in due modi: la prima è quella della diffusione di una cultura di genere, e quindi di un richiamo per chi legge o chi ascolta, al fatto che la situazione sociale è cambiata e che le donne ora svolgono un ruolo attivo molto più di prima. L'altro aspetto culturale è il più tecnico, perché in questo modo il comune fornisce ai suoi dipendenti, che poi formano l'interfaccia fra l'istituzione comunale e i cittadini, i mezzi tecnici e culturali per operare un uso nella lingua più rispondente al genere, quindi compiendo quella operazione di visibilità cui accennavo prima».
È stato detto che una regola che sarà eliminata è quella del plurale inclusivo, l'uso cioè del maschile generico per comprendere entrambi i generi. Non si rischia così di appesantire la lingua?
«Nessuno ha mai detto di abolire il plurale inclusivo. In molti casi il plurale inclusivo è necessario perché non è possibile fare uno sdoppiamento, perché ne risentirebbe la funzione comunicativa del documento. Un corso sul linguaggio di genere deve essere fatto con consapevolezza e competenza, non è una rivoluzione. Non esiste una modalità linguistica buona per tutto. In questo corso sul linguaggio di genere è molto importante che si tenga conto di aspetti linguistici di tipo generale, che non vuol dire usare sempre forme femminili, ma vuol dire dare visibilità alla donna attraverso il linguaggio, e ci sono tanti modi per farlo, incluso l'uso delle parole femminili».
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