Nome in codice Reggia, una vita in volo
La storia di Roberto Reggianini, prima pilota sui cacciabombardieri e oggi civile sui Boeing: «In aria non puoi avere paura»
A 8 anni voleva fare il pilota. Non aveva ancora deciso di cosa, ma voleva comandare. A 14 anni il primo giro in aeroplano sul cielo della sua città, e lì ha capito che la sua vita avrebbe ben presto preso il volo: caccia bombardieri, aerei da guerra, velocità del suono e oggi Boeing, i colossi del cielo da centinaia di persone alla volta.
Roberto Reggianini, modenese doc, non deve trarre in inganno. Ha la parlata che contagia, sul web è diventato un punto di riferimento per il gruppo “Sei modenese se...” che ci ha permesso di unire tutti coloro che a Modena vogliono bene: per chi frequenta Facebook lui è l’uomo dell’alba e del tramonto, quello che posta le foto più incredibili da ogni angolo del mondo.
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«Bella vita», gli dicono. E lì diventa serio. Perchè si parla di lavoro, e sul lavoro, quando hai tra le mani la vita delle persone, non si scherza. Ma quando parla del cielo e della sua passione per volare gli occhi gli si illuminano anche se alla pensione mancano poco più di due anni: «Se non fosse così non potrei fare quello che faccio. Quando dico che il mio lavoro è il mio hobby preferito - spiega Reggianini - non voglio offendere nessuno ma solo far capire quanto sia indispensabile, per me, stare là in alto. Se scegli questa vita, è per sempre».
Facciamo un passo indietro.
«Facciamolo, perché andavo ancora a piedi. A 8 anni il massimo della mia vacanza era Rimini, volevo vivere lì guardando il cielo dai confini dell’aeroporto: un aereo dopo l’altro».
E la vita a Modena?
«I mezzi di trasporto mi hanno sempre affascinato. Mia mamma mi diceva: se fai il bravo andiamo a fare un giro sul filobus, il numero 3».
Quando prende il volo?
«Il primo me lo ricordo come fosse ieri: 14 febbraio 1969, i miei genitori mi lasciano sorvolare Modena alzandomi con l’aereo di un conoscente mentre al Braglia si giocava Modena-Novara. Fu quello l’unico volo prima di diventare allievo e sedermi su F104 e Tornado. Ma nel frattempo provavo ad organizzarmi».
Come?
«Con la radio. Un amico boy scout a San Faustino mi regalò una cuffia e una scatola con i collegamenti, poi arrivò la Lafayette con la quale sentivo nitidamente tutto ciò che si dicevano in volo. Continuavo a dire che volevo fare il pilota ma non so quanto ci credevano gli altri».
A scuola?
«Beh, diciamo che non ero un fenomeno. Al “Tassoni” non brillavo ma ero una persona decisa».
E cosa decise?
«Sono figlio di un geometra e di una maestra e per volare ci volevano tanti soldi. L’altra via era tentare la carriera militare. Due giorni dopo la maturità stavo già prendendo lezioni per entrare in Accademia, il 16 agosto feci lo scritto alla scuola di guerra di Firenze, il 30 agosto al test attitudinale capii che stavo per diventare allievo. Ero pronto per Pozzuoli».
Lì comincia l’avventura?
«Il mio nome in codice è “Reggia”. Comincio a girare il mondo, saluto Modena per anni. Salgo sul P148 na Latina, il primo jet è l’MB326. Ero a Lecce, faccio voli con l’istruttore. Dopo il sesto, scendiamo e mi dice: questo mestiere non fa per te».
E lei?
«Io prendo una legnata nei denti, ma queste cose servono. C’era chi aveva scommesso su di me, mi cambiano istruttore e mi affidano a quello che io ancora oggi chiamo “papà Giani”. Divento pilota, vengo affidato al 51esimo stormo di Istrana, in provincia di Treviso: 155° gruppo, volo sugli F104, roba violenta. Lo chiamano la fabbrica di vedove. Sei su un missile con le ali».
Fermiamo un attimo la storia e andiamo sulle emozioni. Paura?
«Quando sei in aria non puoi avere paura. Devi essere preparato e concentrato perché a 900 chilometri orari e con la testa in giù non è facile prendere delle decisioni».
Si è mai sentito in pericolo?
«Devi avere rispetto per il mezzo a vere ben presente una cosa: nell’85 per cento dei casi, quando si verifica un incidente, l’errore è umano».
Le è mai successo?
«Proprio sull’F104. Per un mio errore mi sono trovato con l’area che precipitava avvitandosi. È la situazione più difficile dalla quale uscire ma un mio istruttore mi aveva detto quella frase mille volte: se succede, fai così... L’ho fatto e ora sono qui a raccontarlo. Ma non è stata l’unica volta».
Cioè?
«Qualche anno dopo. A Pratica di Mare ero collaudatore, divento istruttore sui jet e mi assegnano alla scuola internazionale sul Tornando, come unico italiano. Tre anni di grandi soddisfazioni. Lì, in volo, sparì il display mentre volavo a 100 metri da terra... Non fu colpa mia, ma sudai un po’».
Si è mai sentito in guerra?
«Ero ai vertici negli anni di Iraq e Balcani. Comandavo i contingenti dall’Italia, chi partiva e chi no. Non fu facile».
Poi cosa accadde?
«Che gli anni passavano anche per me. L’Aeronautica mi assegnò a Linate, volavo ogni tre mesi per mantenere i brevetti. Dietro una scrivania non potevo più stare. Quando voli e sei abituato a farlo, sei nato per quello, non puoi fare quello. Sono vere e proprie crisi di astinenza, con tutto il rispetto...».
Quindi?
«Quindi faccio la cosa più difficile. Lascio l’Aeronautica e comincio la carriera civile. E rinasco in cielo».
Ancora oggi?
«Faccio voli a lungo raggio per una compagnia privata. Potevo diventare generale con alle spalle 2400 ore di volo militare sui caccia bombardieri e ad oggi sono a 15mila ore volate su aerei civili. Stupendo».
Chi pilota un caccia può poi permettersi tutto?
«Non è così. Sono voli molto diversi, il mio Boeing attuale porta 280 persone, tocchi terra senza nemmeno vedere la pista, hai una responsabilità notevole, a bordo sei tu lo Stato italiano. Quando i tuoi collaboratori ti dicono “grazie comandante, ho capito che c’era qualcosa che non andava ma vedendo lei tranquillo non mi sono agitata” è la cosa più bella che ti può capitare».
E a chi ha paura di volare cosa dice?
«Che l’aereo è il modo più sicuro per muoversi: qual è il mezzo che ha i comandi tripli? Sulle auto mica ci sono tre freni o tre volanti...».
@dvdberti
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