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Ingegneri Riuniti, mezzo secolo di opere

di Stefano Luppi
Ingegneri Riuniti, mezzo secolo di opere

In attesa di partire con i lavori del Sant’Agostino, un viaggio indietro nel tempo: «E pensare che tutto iniziò da una stalla...»

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Il restauro del Sant'Agostino non parte, dopo mesi di ritardo, e tra quanti sono un po’ in apprensione c'è senz’altro la “Ingegneri Riuniti Spa”, una dei protagonisti della milionaria riqualificazione modenese.

Tra le principali società ingegneristiche d'Italia, e la più “antica” dell'Emilia Romagna, “Ingegneri Riuniti” viene fondata il 5 febbraio 1965 e compie dunque cinquant'anni.

Per il prossimo giugno i 35 dipendenti - 15 sono i soci - della storica azienda stanno preparando una grande festa a cui invitare tutta la città.

Ingegneri Riuniti, dalla sede in zona parco Ferrari, oggi affronta anche la carta del mercato estero con le prime “commesse” in Zambia e Mozambico, ma soprattutto è un testimone utile perché nel corso dei decenni ha visto cambiare Modena.

Ne parliamo con Luigi Tenti, direttore generale e uno dei sei fondatori insieme ad Amerigo Corradi, Fermo Ferrari, Mauro Salardi, Giuliano Salvioli, Alberto Vaccari e con gli attuali vertici: il presidente Giuseppe Iadarola e il suo vice Emanuele Gozzi, in carica dal 2011.

LA NASCITA DELL'AZIENDA

Tenti, come furono gli inizi? «Siamo nel 1964 e siamo un piccolo gruppo di 8-9 amici laureati da un anno: eravamo giovani e pensavamo alle ragazze, ma pensavamo anche a costruirci un futuro. Avevamo l'idea di proporci come gruppo di ingegneri e non di andare in cerca di lavoro come singoli: non volevamo occuparci di edilizia, visto che c'erano aziende che ormai operavano da ventanni».

Quindi?

«Puntammo tutti prima sull'insegnamento, io capitai al Guarini, e in contemporanea nel 1965 aprimmo la società. Bisogna ricordare che le leggi razziali ancora impedivano agli ebrei di aprire aziende, quindi noi presentammo uno statuto mascherato e la nostra azienda venne ammessa. Così partimmo nella prima sede di via Cesare Battisti, dove ci costruimmo letteralmente da soli i tavoli da disegno che non potevamo comprare. Poi iniziammo a cercare il lavoro da fare».

Quale fu la prima commessa?

«Una stalla modenese ci chiese di realizzare una apparecchiatura per lo scarico del letame dall'area del bestiame fino alla zona di posizionamento di questo materiale. Facemmo un carrello e nastro trasportato autopulente, poi il costruttore ne vendette a decine».

Quando capiste che Ingegneri Riunti era il vostro futuro?

«Dalla fine anni Sessanta iniziarono i lavori importanti, il 70% dei quali era di committenza pubblica. Realizzammo una fabbrica a Faenza, lavorammo a Castelfranco e fu importante la realizzazione della Tangenziale nord: la faceva l'Anas, ma il Comune chiese a noi il progetto. Poi realizzammo le prime urbanizzazioni del quartiere Giardino, un progetto pilota per le acque del Naviglio e ci occupammo per l'Amiu del trattamento delle acque». Com'era Modena a quei tempi? "Erano anni in cui le cose non erano definite, si inventava molto, c'era il senso del futuro perché le attività industriali erano agli albori. Puntammo sulla innovazione e lavorammo anche con Corradi, Lugli e Lipparini che progettavano allora la nuova area del Modena '70. In generale la città era piccola, un luogo tranquillo che sostanzialmente terminava con i viali. Sant'Agnese era zona di campagna, per dire: eravamo una piccola provincia, ma estremamente dinamica, appunto innovativa. Pensiamo alla Ferrari e ai tanti prodotti tipici nati nelle case dei contadini a Modena, Carpi, Sassuolo, Vignola».

Quali erano i suoi amici?

«A parte i progettisti e i colleghi, con Luciano Pavarotti giocavo a briscola, ma ricordo anche Mirella Freni e in generale gli amici con cui andavo al bar Pellini all'angolo tra Carlo Sigonio e viale Reiter, poi lungo il portico del Collegio».

IADAROLA-GOZZI, IL PRESENTE

Il presidente e il vicepresidente oggi governano una azienda composta da 35 uomini e donne impegnate in una cinquantina di progetti in tutta Italia e, appunto in Africa, mentre si continuano ad accettare soci, guardando al futuro. L’ultimo ingresso, nel 2008, è quello di Alberto Bartoli.

Iadarola e Gozzi, partiamo dai progetti esteri: vi espandete in Africa?

«Da anni, ormai, consolidiamo la clientela di Modena e siamo usciti a realizzare progetti dal nord al sud dell'Italia e ora puntiamo per lo sviluppo sull'estro. Cerchiamo nuovi mercati, insieme ad alcuni alleati visto che per le grandi commesse siamo considerati piuttosto piccoli pur essendo una azienda di dimensione media nel nostro Paese. In particolare ci muoviamo nel settore delle infrastrutture nel campo dell'acqua e delle fognature».

Cosa avete realizzato?

«In Zambia finora abbiamo realizzato un acquedotto, mentre in Mozambico una strada. E' dura lavorare in Africa, soprattutto dal punto di vista dei contratti e delle regole, per noi certamente occorrerà un cambiamento dal punto di vista manageriale».

Com'è attualmente la situazione italiana nel vostro settore?

«La situazione italiana oggi è determinata da una contrazione degli investimenti sia nel pubblico che privato, ovviamente ancora maggiore nel primo caso. Per questo in questi anni stiamo lavorando al 70% per i privati, oggi il ruolo delle amministrazioni pubbliche è meno centrale mancando pressoché gli investimenti. Abbiamo completamente invertito le percentuali tra commesse pubbliche e private e ciò ha comportato un cambio di mentalità».

Ci segnala alcuni progetti?

«Oltre al Sant'Agostino portato avanti con Doglioni e lo studio Aulenti abbiamo i collaudi della sede dell'Università di chimica in via Campi e vari lavori nelle zone del terremoto. A Milano, al quartiere Roh-Fiera stiamo realizzando una serie di ponti ciclopedonali in vista di Expo. E puntiamo molto anche sulla rigenerazione urbana, un progetto che può creare valore sul nostro territorio che deve essere migliorato e strutturato».

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