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Capitali all’estero, via al rientro

Capitali all’estero, via al rientro

Il governo prevede introiti per 671 milioni. Cosa si deve fare per accedere e i costi dell’operazione

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Parte il conto alla rovescia per l’operazione rientro dei capitali. Sono infatti entrate in vigore le norme sulla voluntary disclosure (legge 186/2014) e l’autoriciclaggio.

Si tratta di una mossa a tenaglia del fisco sui capitali che hanno preso la strada dell’estero e ora possono “disvelarsi”. E questo allo scopo prioritario di recuperare gettito (con la voluntary disclosure) e di creare un argine all’utilizzo dei fondi derivanti dall’evasione fiscale o, comunque, dalla creazione di fondi neri (con il nuovo reato di autoriciclaggio).

E l’operazione parte mentre sul fronte del recupero del gettito per la prima volta il governo stima in almeno 671 milioni gli incassi, visto che questa somma andrà a coprire le eventuali minori entrate dalle accise sulla benzina.

Le due norme, in vigore dal primo gennaio scorso dopo un lungo iter parlamentare, sono anche il frutto di una nuova attenzione al tema della lotta all’utilizzo del denaro sporco e al controllo dei flussi economici, che sta trovando realizzazione negli accordi internazionali Ocse e del Fatca e che, per l’Italia, va a completarsi con l’importante tassello della sistemazione dei rapporti con la Svizzera.

San Marino, invece, dopo l’uscita dalla black list e l’imminente ingresso nella white list, si appresta a normalizzare i suoi rapporti con l’Italia, facilitati proprio da due norme fondamentali nella lotta alla circolazione del denaro sporco: la caduta del segreto bancario e la collaborazione nell’identificazione dei flussi economici di provenienza sospetta.

Vediamo ora cosa fare per accedere a questo strumento. Per accedere alla “disclosure” il contribuente dovrà esibire tutti i dettagli relativi agli investimenti e alle attività di natura finanziaria detenuti all’estero (o in Italia, nell’ipotesi di disclosure domestica).

Si tratta di un’opportunità che viene offerta fino al 30 settembre e che è legata anche al varo dei modelli e delle istruzioni dell’Agenzia delle Entrate. La documentazione diventa indispensabile per individuare il costo dell’operazione da discutere poi con gli uffici dell’Agenzia stessa; documentazione che deve essere completa, dal momento che la minima dimenticanza nell’indicazione di attività o investimenti rischia di compromettere l’efficacia della procedura, oltre a esporre al rischio di sanzioni.

Vediamo infine di valutare il costo. Varia di parecchio a seconda delle situazioni. In generale è favorito chi si muove per regolarizzare capitali in Paesi non black list. La regolarizzazione passa, poi, dal pagamento delle imposte e di sanzioni ridotte. Determinante, quindi, è anche il livello delle imposte da versare sulle somme da regolarizzare. Con una forbice che può arrivare dal 4 al 90% del capitale. D’altra parte non regolarizzare i capitali posseduti può creare molti problemi in caso di futuro utilizzo del denaro. I contribuenti devono prestare attenzione anche al tema dell’autoriclaggio. Il reato di autoriciclaggio scatta, infatti, nel momento in cui vengono reimpiegati (non per uso personale) o movimentati i proventi di un reato, presupposto che in un gran numero di casi sarà quello di evasione fiscale. Quindi anche a distanza di molti anni da quella frode che ha consentito la formazione di una provvista illecita.

E dal momento di quell’utilizzo o movimentazione decorre il tempo della prescrizione. Si apre, quindi, la possibilità che il reato scatti a fronte di fatti lontanissimi nel tempo, a condizione che ci sia identità tra chi ha commesso la frode e chi autoricicla.

Giorgio Guandalini

dottore commercialista

revisore contabile

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