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Grondone in lutto: sui monti piacentini il suo “buen retiro”

Diviso in due nuclei di caseggiati, poco sopra i mille metri sul livello del mare, Grondone sembra uno dei tanti borghi semi-spopolati sparsi per l’Appennino Tosco-Emiliano. Ed è proprio nella...

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Diviso in due nuclei di caseggiati, poco sopra i mille metri sul livello del mare, Grondone sembra uno dei tanti borghi semi-spopolati sparsi per l’Appennino Tosco-Emiliano. Ed è proprio nella frazione di Ferriere, comune dell’alta Val Nure, che si trova la casa natale di Antonio Lanfranchi. Oggi Grondone è in lutto.

Insieme ai coetanei frequentava la scuola, a Grondone di sotto, e portava gli animali al pascolo, al Passo del Mercatello - «Si partiva con un po’ di pane e di formaggio – raccontava - e ci si divertiva così, prendendosi piccole responsabilità che ci hanno aiutato a crescere». Qui tutti lo ricordano come un bambino tranquillo e diligente, impegnato nello studio. E ancora, «generosissimo, timido, riservato». Il piccolo Tugnettu - il soprannome che la comunità montana gli aveva affibbiato - «aveva sempre una parola buona per tutti». Per i suoi compaesani – per dirla con le parole della sua maestra, Dina Bergamini – Lanfranchi è sempre quel bambino che a Grondone «ha ricevuto il battesimo, la prima comunione, la cresima». Ma anche «il seminarista che ci ha testimoniato la forza dell’impegno e dello studio per un ideale, l’amico con cui abbiamo condiviso le gioie e i dolori, il sacerdote capace di avvicinarsi ai deboli, di fermarsi a parlare con la persona anziana, di visitare gli ammalati». E, d’altra parte, c’era anche l’orgoglio e la commozione nel vedere «un figlio di questa terra scelto per essere guida, maestro e pastore», come lo aveva definito il parroco della comunità, don Giuseppe, in occasione del primo “ritorno a casa” in veste vescovile. Ogni agosto, infatti, Lanfranchi riappariva tra le montagne piacentine per rivedere i fratelli Giuseppe e Giampiero e celebrare messa nella chiesetta di San Rocco, a Grondone di sopra. Tutte le volte era «una festa». Un appuntamento mancato solo la scorsa estate, per ragioni di salute. Anche allora, però, la Bergamini – che con lui ha sempre mantenuto un rapporto e che faticava a chiamarlo “eccellenza” o “monsignore” – aveva provveduto a fargli arrivare l’affetto della comunità. Affetto che, del resto, l’arcivescovo ricambiava in maniera sentita. A chi gli chiedeva quale ricordo avesse della sua infanzia, rispondeva che «era stato un periodo bello, che mi ha temprato: la vita di montagna è dura e ti abitua ad essere sempre realista, non ti esalti di fronte al successo e non ti abbatti di fronte alle difficoltà. La montagna è la mia passione, ha sempre contraddistinto le mie scelte e la mia vita». (m.r.)

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