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«In Afghanistan per aiutare un popolo»

di Davide Berti
«In Afghanistan per aiutare un popolo»

Giuliana D’Ercole, tenente dell’Aeronautica: «La cosa più difficile? Spiegare a tuo figlio perché vai in missione per sei mesi»

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A guardarla negli occhi sembra uscita da un’avventura Disney piuttosto che da una missione militare. Giuliana D’Ercole, 34 anni, tenente dell’Aeronautica, è da qualche anno in servizio all’aeroporto di Linate. Modena-Milano alcuni giorni a settimana per formulare le previsioni del tempo più attendibili che l’Italia possa avere. Un mestiere tanto curioso quanto fondamentale, soprattutto in termini di sicurezza. Aspetto, quest’ultimo, che aumenta se si viene assegnati ad un contingente impegnato in missione all’estero.

Quando ha deciso di intraprendere la carriera militare?

«Gennaio 2000, quando furono aperte le porte del mondo militare alle donne. Più concretamente al conseguimento della laurea in matematica e mentre frequentavo il dottorato di ricerca».

Perchè l’aeronautica?

«Perché solo Aeronautica e Marina bandivano concorsi per laureati in matematica; il primo fu per l'Aeronautica. Leggendolo scoprii che vincendolo mi sarei specializzata in meteorologia, materia che mi aveva sempre interessato. E poi l'Aeronautica è l’arma del cielo, quale scelta migliore».

In cosa consiste la sua giornata lavorativa?

«Sono un previsore senior del Centro Meteorologico Regionale di Milano Linate e in quanto tale effettuo la veglia meteorologica mondiale, un servizio attivo 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Con i colleghi si collabora in un sistema di turnazione che concili esigenze di servizio innanzi tutto e familiari. Prestiamo assistenza alla navigazione aerea: carte, messaggi, avvisi di sicurezza».

Per una donna la carriera militare non è così scontata: mai pensato che fosse più difficile di altre strade?

«Al termine degli studi mi si sono aperte diverse strade. Ho pensato potesse essere più difficile, ma io volevo diventare un militare, era il mio sogno».

Come si concilia il suo lavoro con l’essere donna?

«Nella società in cui viviamo ormai le donne occupano ruoli di rilievo, quindi non c'è più nulla di cui stupirsi. Per quel che concerne la casa, il sistema di turnazione comporta qualche sacrificio durante i miei turni, ma poi ho tempo da dedicare alla mia famiglia».

E con l’essere mamma?

«È stato più difficile quando nei primi due anni di vita di mio figlio. Adesso abbiamo acquisito un bel ritmo».

Nella sua pur breve carriera ha già avuto una esperienza importante all’estero in una missione internazionale: come è andata?

«Straordinariamente bene, sia sul piano lavorativo che su quello umano. Ho partecipato alla missione Isaf in Afghanistan. Ho imparato tanto. Fare le previsioni del tempo in Afghanistan non è la stessa cosa che farle nel nostro Paese. Un meteorologo è fatto di studi ma anche tanto di esperienza sul posto. L’Afghanistan è un Paese vasto con una piccola pianura e rilievi montuosi che sfiorano gli 8000 metri. Adattare la propria esperienza ad un luogo così diverso non è stato banale. Inoltre, in Italia non ho un contatto diretto con gli utenti ultimi della mie previsioni. Durante la missione ho dovuto far fronte alle esigenze di numerosi velivoli, in contatto continuo con i piloti».

Cosa significa stare sei mesi lontano da casa in un contesto non proprio “comodo”?

«Non è semplice. Quando sei lontano ti rendi conto di ciò che hai quando sei a casa. Dagli affetti al comfort del proprio ambiente, ai diversi modi di trascorrere il tempo libero».

Come ci si riesce dal punto di vista umano?

«La mia unica preoccupazione è stata la serenità di mio figlio. Quando si addormenta, lui ha paura e noi gli diciamo che non ne ha motivo. Gli ho spiegato che i bambini dell'Afghanistan invece hanno motivo di aver paura e che la mamma andava ad aiutare la polizia afghana a catturare i cattivi. Gli ho anche detto che alla fine mi avrebbero dato una medaglia e lui ha sorriso. Al mio star bene, invece, hanno contribuito tutti, parenti e amici, che ho sentito vicini. E tutti i compagni di missione, che anche con una semplice chiacchierata e un caffè hanno permesso al tempo di trascorrere più velocemente».

Quando ha saputo di partire che cosa ha pensato?

«Non sono stata contenta, come è possibile immaginare, ma non nascondo che avevo il desiderio di partecipare ad una di queste missioni. Quindi dopo il primo periodo in cui non riuscivo ad immaginare la mia famiglia senza il mio sostegno, ho iniziato a prepararmi e a organizzare il tutto».

A casa cosa le hanno detto?

«Sono stati ancora meno contenti di me, dato che non ci sono altri militari in famiglia. Ma ho cercato di spiegare loro che un militare deve onorare la propria bandiera, prestando servizio dove l'arma ne ha maggiormente bisogno».

E’ più difficile per una donna? E per una mamma?

«Non per una donna. Per una mamma sì, come del resto per un papà».

Mai avuto paura?

«Solo la prima volta che i nemici dell'Afghanistan ci hanno ricordato dove fossimo... Poi ho pensato che ci eravamo preparati ed addestrati bene, quindi eravamo in grado di affrontare tutto».

Com’era la sua giornata in Afghanistan?

«Iniziavo a lavorare molto presto e finivo per l'ora di cena, salvo esigenze non ordinarie. Preparavo e discutevo le mie previsioni tutto il giorno».

Come comunicava con i suoi affetti?

«Via Skype, quando le linee non erano interrotte. Da casa sapevano che potevano capitare giorni di black-out».

Qual è stato il momento più difficile?

«Sul piano psicologico l'inizio di missione, non sapevo come avrebbe reagito mio figlio. Lavorativamente il periodo delle elezioni del presidente afghano, si lavorava fino a 18 ore al giorno».

Anche in una esperienza di guerra ci sono momenti belli da ricordare?

«Un giorno il generale comandante dell'RC-W mi ha invitato a partecipare all'intero briefing che si teneva ogni pomeriggio. In quell'occasione ho visto tutto quello che i miei colleghi, anche delle altre forze armate, stavano facendo in favore del popolo dell'Afghanistan. Gli aiuti umanitari, il supporto alle donne nel loro tentativo di emancipazione. Mi sono commossa».

Cosa si aspetta, ora, dal suo lavoro?

«Le aspettative sono le stessa di prima. Ora, però, so che sono in grado di tornare a testa alta da una prova come questa. Perciò spero che in futuro ci siano altre occasioni».

Essere donna e militare: c’è chi si stupisce ancora?

«Ormai tutti si sono abituati. Anche se non nascondo che la notizia dell'arrivo di una nuova collega donna è seguita spesso da molte chiacchiere».

Che consigli dà a chi vorrebbe intraprendere una carriera come la sua?

«Noi vestiamo un’uniforme e al di fuori del mondo militare spesso viene vista solo questa. Ma la maggior parte del tempo lo trascorriamo fra colleghi. E fra colleghi l'uniforme non viene vista, perché ce l'abbiamo tutti. Per fare bene questo lavoro occorre la fiducia dei superiori e la stima dei colleghi subordinati. L'una la si ottiene studiando molto. Per ottenere l'altra occorre carattere, ma anche una buona dose di umanità ed eticità. Solo così si è da esempio».

@dvdberti

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