Lacrime e preghiere alla veglia
Tanti i fedeli che si sono raccolti ieri sera in Duomo: «Ringraziamo il Signore per questi 5 anni con lui»
Centinaia di fedeli provenienti da diversi comuni della diocesi hanno gremito il Duomo ieri sera per porgere l’ultimo, commosso, saluto alla bontà, alla capacità di ascolto e di empatia dell’arcivescovo Antonio Lanfranchi. L’arcivescovo si è addormentato nella morte sereno, come riferiscono i testimoni che gli sono stati accanto fino all’ultimo. E la stessa serenità la emanava il suo volto mentre giaceva nella bara di legno, semplice ma solida, proprio come le sue caratteristiche in vita, davanti a San Geminiano e circondato da rose di diversi colori. Da molto prima dell’inizio della funzione, molti modenesi hanno voluto trascorrere qualche minuto accanto a Lanfranchi, come se non si volesse accettare l’idea di separarsi da lui, o per porgergli le ultime confidenze. Tra i banchi, molte famiglie che hanno apprezzato l’arcivescovo durante i cinque anni trascorsi all’ombra della Ghirladina. C’è chi lo ricorda con un aneddoto, evocando la sua attitudine a stare allo scherzo e la simpatia. Chi non dice nulla, perché le parole proprio non salgono pensando alla scomparsa di questo ‘pastore’ dall’aspetto bonario. «Si è speso totalmente per la nostra chiesa – afferma il vicario generale don Giacomo Morandi, emozionando molti durante la veglia – e ha vissuto la sua malattia in una dimensione di dono a favore di tutta la diocesi. Ha speso la sua vita in nome della voglia di prestare attenzione alle difficoltà degli altri e di entrare in empatia con persone dalle personalità più svariate, con tutti in una frase. Ha vissuto anche gli ultimi mesi della sua vita con forte entusiasmo. Le ore precedenti alla sua scomparsa sono state tranquille. Abbiamo parlato di tutto, della situazione della diocesi. Fino a poco prima di morire, malgrado la consapevolezza della malattia, è stato lucidissimo e attento ai bisogni dei fedeli. Qui, Gesù, in questi anni, si è reso presente grazie alla mediazione del nostro caro vescovo Antonio. Ci ha sostenuto in momenti difficili, come terremoto e alluvione, e siamo stati partecipi di momenti gioiosi, come la beatificazione di Rolando Rivi. Lui è stato un buon pastore e, anche durante il magistero più alto, quando la malattia si è fatta viva nella sua vita, il vescovo ha saputo non soltanto essere un buon pastore a parole, ma anche con l’esempio».
L’arcivescovo Lanfranchi ha redatto testamento il 14 settembre 2014, «nella festa della esaltazione della croce – prosegue don Morandi – e lì ha affermato che il Signore è stato il filo d’oro che ha unito la sua vita. Ha ringraziato il Signore per non averlo abbandonato con il suo amore. È sempre stato con noi aiutandoci a vivere. E oggi siamo qui, davanti a San Geminiano, a dirgli grazie per questi 5 anni». Le lacrime scendono copiose sui volti dei fedeli che scrutano Lanfranchi durante il Salve Regina. E il dolore si fa largo anche in Massimo Camisasca, vescovo di Sassuolo e Reggio, presente alla veglia di ieri sera in Duomo. «Ho conosciuto monsignor Lanfranchi, appena ordinato, quando era don Antonio. – racconta con nostalgia Camisasca – Poi sono trascorsi molti anni e ho potuto conoscerlo meglio a Roma, e, ancora, a Cesena per poi ritrovarlo qui. Di lui ricorderò l’accoglienza, la volontà e la capacità di valorizzare al meglio il bene. Tra di noi si diceva spesso: vediamoci, noi vescovi dell’Emilia, per conversare. Dovremo rimandare questo appuntamento di un po».
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