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Quando disse: sono fragile, voi siete la mia certezza

Quando disse: sono fragile, voi siete la mia certezza

La testimonianza della malattia davanti alla comunità e scrivendo ai giovani: «Ho scoperto quelle relazioni che donano una luce diversa alla vita quotidiana»

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«Ho nostalgia degli incontri e del modo in cui potevo vivere con la comunità modenese, ma non mi sono mai sentito assente, ho sentito davvero la potenza dell'affetto e della preghiera e della comunità in modo tangibile». Sono parole che si velano di una certa commozione quelle pronunciate dall'arcivescovo di Modena monsignor Lanfranchi lo scorso settembre, nel bel mezzo della sua malattia, terminata quella che, prima delle ultime settimane, era stata la fase più acuta. Le prime parole da quando è stato dimesso, per qualche giorno in una pausa del ciclo di cure al quale si stava sottoponendo per superare i suoi problemi di salute.

«Mi hanno piacevolmente sorpreso le tante persone, i gruppi che hanno continuato a pregare, a testimoniare presenza e vicinanza. Ho capito meglio chi è il vescovo in una comunità, anche attraverso la malattia. La situazione in cui mi sono trovato mi faceva sentire fragile, inerme, ma questo pensiero è stato subito sostituito dalla certezza che avevo a disposizione un'altra forma di ministero offerto dalla preghiera dal sacrificio dal senso di fragilità della giornata; una forma meno evidente ma che spero il Signore abbia accolto». E il vescovo prosegue rivelando come in questa situazione abbia scoperto «la bellezza delle relazioni buone, quelle che donano una luce diversa alla vita quotidiana nelle persone intorno a me, nei medici negli infermieri. Ho trovato una altissima professionalità unita ad una notevole capacità di relazione tra tutti i sanitari a partire dai giovani allievi che si alzano ogni giorno alle 4,30 per prendere servizio alle 5, una gioventù bella, sana capace di dedizione. Ho incontrato persone competenti capisce di empatia che ringrazio per il loro lavoro».

Vescovo che anche in quel momento non smetteva di pensare alla sua Modena, in occasione di un momento importante come l’inizio dell’anno pastorale: «Il momento di inizio anno è per noi molto importante: non possiamo comprendere il tema di quest'anno - disse mons. Lanfranchi - senza comprendere che siamo coinvolti come Chiesa: essa è infatti il soggetto della trasmissione della fede, in cui siamo tutti discepoli e tutti missionari». Due i passaggi fondamentali, sottolineati dall'arcivescovo: «Il primo: la fede non si trasmette, se non la si riceve e la si vive. Il secondo è che la fede non si vive e non si trasmette da navigatori solitari, ma sulla barca di Pietro, nella comunità che annuncia, celebra e testimonia. Siamo chiamati a compiere un cammino di fede, tutti discepoli e tutti missionari».

L’esempio di grande umanità arrivò anche l’estate scorsa, davanti ai suoi giovani: «Ho pregato spesso in questo periodo il Salmo 83 “Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio”. Il pellegrinaggio è metafora della vita. La vita è un viaggio santo perché ha come meta la partecipazione alla Gloria, alla Felicità della Comunione piena. Questa meta riempie di senso ogni esperienza, anche quella della fragilità. Per vivere in pienezza la vita è fondamentale incontrare personalmente Gesù Cristo». Missione che Lanfranchi ha vissuto fino in fondo.

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