Tra i terremotati e gli alluvionati
In occasione dei due cataclismi trasmise speranza e inviti a ricostruire insieme
«Due cataclismi possono tagliare le gambe, ma noi siamo una comunità e insieme ce la faremo. Non abbandonate la speranza, ma basta tragedie così». Sono parole tratte dall’omelia di monsignor Antonio Lanfranchi in occasione della messa celebrata a Bastiglia nell’oratorio appena ripulito dal fango del’alluvione. E anche in quella occasione, come era accaduto per il terremoto, il vescovo era lì accanto al suo gregge per trasmettere coraggio, fiducia, sicurezza e fede nel Signore. Nell’insediarsi a Modena mai avrebbe immagnato di dover affrontare con la sua gente due devastazioni come il terremoto e l’alluvione. Ma anche in queste situazioni così difficili, monsignor Lanfranchi seppe sempre trovare motivi per trasmettere fiducia e speranza. Come all’indomani della terribile scossa di terremoto del 2012 quando celebrò la messa nella tendopoli a Finale. «È la voce del cuore che ci ha portato qui - disse nell'omelia il vescovo - spinti dal bisogno umano e cristiano di farsi consolatori gli uni degli altri. Se gli effetti nefasti del terremoto si fanno sentire su questa popolazione è tutto il nostro territorio a sentirsi ferito. Allora non abbiamo vergogna a dire che abbiamo bisogno di conforto. Facciamo nostre le parole di Gesù: nel mondo avete tribolazione, ma abbiate coraggio. Con l'aiuto del Signore le comunità riscriveranno nuove pagine di cultura e storia, ognuna pietra viva. Icona vivente, la bambina Vittoria estratta viva dalle macerie: un miracolo d'amore, un segno vivente di speranza perché i bambini sono il nostro presente e il nostro futuro. Guardando lei ci ricorderemo che le nostre comunità hanno un futuro. È il segno della speranza che invochiamo come dono dello spirito. È questo il vero miracolo». E non mancò di trarre ispirazione per invitare a ricostruire moralmente noi stessi. «il terremoto ha chiamato molti di noi a ricostruire non solo le case, la nostra vita, chiama tutti a ricostruire la nostra “casa comune” che è in crisi».
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