«Intelligenza e cuore al servizio della comunità»
Nell’omelia il vescovo di Brescia monsignor Monari ha ricordato l’amico e l’impegno continuo del sacerdote attento a raggiungere i più giovani»
Il corpo umano, la morte, la vita in Dio. Sono i passaggi fondamentali dell’omelia della lunga messa funebre, affidata a monsignor Luciano Monari - vescovo di Brescia, nonché amico personale del compianto Lanfranchi. Un’omelia che parte proprio dall’aspetto “carnale”, traendo spunto dalla malattia che ha stroncato l’arcivescovo di Modena. «Avevamo sperato che la malattia si fosse fermata e che avrebbe permesso a don Antonio di continuare il suo servizio alla Chiesa modenese. Ma poi la leucemia si è risvegliata e non c’è stato nulla da fare».
Giorni difficili, ha spiegato Monari, e tuttavia «spiritualmente fecondi perché mettevano, poco alla volta, il sigillo del compimento a una vita di cristiano, di vescovo». Certo, la morte è un male e «giustamente proviamo una naturale ripugnanza quando siamo costretti a guardarla in faccia. Eppure sappiamo che Gesù ha trasformato la sua morte nell’atto di amore più grande e che, in Gesù, anche a noi viene concesso e chiesto di operare questa medesima, misteriosa trasformazione». Ancora, Monari ha ricordato «il mistero di quel corpo che lo ha servito per tanti anni e che poi, in questi ultimi mesi, lo ha apparentemente ‘tradito’ mostrando la sua fragilità di fronte all’assalto della malattia». Il corpo umano, in poche parole, appartiene al mondo e ne comprende quindi tutte le fragilità. Pur rimanendo un corpo mondano, però, è in esso che si manifesterebbe in modo operativo «la forza di Dio, la bellezza di Cristo. Quel corpo Dio non lo può, non lo vuole abbandonare nella morte». Per cui, se diventa fin d’ora portatore della vita di Dio, «il suo destino non è più l’annientamento della morte, ma la vita piena in Dio».
C’è stato anche spazio, però, per un ricordo più «personale» della figura di Lanfranchi. Quella di don Antonio, spiega Monari, «è stata essenzialmente una personalità ecclesiale». Sarebbe a dire, «quella di una persona che nella appartenenza e nel servizio alla Chiesa ha trovato tutto il senso della sua vita. Per quanto l’ho conosciuto, mi sembra proprio che non abbia avuto altri interessi, hobbies, preoccupazioni, sogni, progetti. I suoi ambiti di servizio sono stati diversi ma l’animo è sempre stato lo stesso».
Cioè quello di una persona che «poneva intelligenza e cuore al servizio della Chiesa, per l’edificazione di comunità cristiane autentiche attraverso la formazione di personalità cristiane mature». «Intelligente com’era, ha sempre messo un impegno grande nel preparare le omelie, i diversi interventi, soprattutto i messaggi alla città e le lettere pastorali; desiderava che fossero belle, convincenti, esaurienti; era il modo di comunicare con tutti, per raggiungere anche quelli che si sentivano lontani dalla fede e dalla Chiesa. E gioiva come un bambino quando era invitato a spiegare, nei diversi ambienti, il messaggio cristiano: fare capire la bellezza del Vangelo, sciogliere i pregiudizi sulla Chiesa, contribuire al bene delle persone con una formazione umana solida e coerente; tutto questo ha motivato ampiamente il suo impegno».
Non poteva mancare, in questo contesto, un riferimento alla vicinanza e all’attenzione mostrate da Lanfranchi alle fasce più giovani. Fin dal suo insediamento il monsignore ha infatti manifestato un particolare interesse per i ragazzi. Un atteggiamento che aveva le sue radici nella precedente esperienza romagnola – e che, a dire il vero, ha da sempre caratterizzato la carriera di Lanfranchi. E che, ha spiegato Monari, si concretizzava nei “martedì del vescovo” e nella «testimonianza che in questo contesto egli ha dato sulla sua malattia».
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