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Le gemelle Vecchi, costumiste che sognano i set di Hollywood

di Maria Vittoria Melchioni
Le gemelle Vecchi, costumiste che sognano i set di Hollywood

Francesca e Roberta da anni affermate creatrici dei look di tantissimi personaggi di pellicole italiane già entrate nella storia del cinema. Con “Diaz” hanno ottenuto la nomination al David di Donatello

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“Move on”, vai avanti, si legge sul vetro della finestra che dà su un cavedio romantico e fané, dall'atmosfera resa quasi languida dalla pioggia. Siamo nello studio, archivio delle sorelle Francesca e Roberta Vecchi, costumiste cinematografiche, già candidate al David di Donatello nel 2012 per il film “Diaz” di Daniele Vicari. Come nella fiaba lisergica di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, quando si entra ne “Il posto” (é questo il nome dello spazio concept multifunzionale) si é guidati da scritte che inevitabilmente raccontano tanto di queste due gemelle che hanno davvero fatto delle proprie vite un capolavoro. "Questo luogo ha un che di magico, é qui che nascono i nostri personaggi e dove li conserviamo una volta che la loro vita é stata impressa sulla pellicola. Da archivio "il posto" si é evoluto in luogo di incontro di gente che crede nell'arte, libero da ogni vincolo, ma aperto ad ogni contaminazione.

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Come nascono i costumi di un film?

Roberta: «Progettare gli outfit per un personaggio cinematografico é un iter molto lungo. Si parte con il leggere la sceneggiatura, si parla con il regista, con il direttore della fotografia anche prima di sapere chi interpreterà il personaggio devi creartelo a priori nella mente, tenendo conto prima di tutto della psicologia che lo caratterizza non solo dalla fisicità. Poi unendo la poetica del regista si ottiene un risultato omogeneo. La bravura di un costumista sta proprio nel creare il personaggio a prescindere da chi lo interpreterà. In Diaz abbiamo accessoriato quindicimila figuranti, non ci si ferma quindi solo ai protagonisti. Se riesci a mantenere il tuo progetto addosso all'attore poi scelto, allora il tuo lavoro é riuscito. Gli accessori li pensi prima, poi in base ai costumi, si aggiungono o si tolgono. Invece nel cinema straniero, con registi come Tarantino e Almodovar, che hanno reso protagonisti dei propri film i dettagli, l'accessorio gioca un ruolo molto evocativo. Attraverso gli accessori si può far capire molto del personaggio, caratterizzarlo molto di più anche dell ’abito completo».

Il primo lavoro che avete fatto al cinema?

Francesca e Roberta: «“Radio Freccia” di Ligabue con Stefano Accorsi. Non abbiamo mai fatto le assistenti di qualche altro costumista. Persone che lavorano alla Fandango (la casa di produzione del film) ci hanno proposto di curare i costumi e come potevamo rifiutare? Ci siamo buttate e il nostro lavoro molto meticoloso, per il quale niente é lasciato al caso, é molto piaciuto».

Un personaggio che vi é riuscito particolarmente bene? Francesca: «Quando riguardo i miei lavori e vedo che non sono vecchi o datati, allora vuol dire che ho colto nel segno. Personalmente mi é piaciuto un personaggio che ha curato di più mia sorella: Stella in “Con il fiato sospeso” interpretata da Alba Rohrwacher e tutti i personaggi di “Smetto quando voglio”».

Roberta: «“Smetto quando voglio” é stato davvero una scommessa con un regista giovanissimo. Di commedie non ne avevamo mai fatte e credo che il nostro lavoro sia molto riuscito perché tutti i personaggi sono stati caratterizzati nonostante le opere prime non siano mai realizzate con grandi budget. Poi, non solo perché ci é valso la candidatura al David, ma i costumi di “Diaz” sono perfetti, sono giusti e credibili».

C'é stato qualche attore che non voleva indossare quello che avevate pensato per lui?

Francesca: «Sì quel genio a cui permetti tutto di Libero De Rienzo in “Smetto quando voglio” nel quale voleva indossare solo i suoi vestiti. Ma abbiamo saputo “prenderlo” e alla fine si é sentito perfettamente nei panni di Bartolomeo Bonelli».

C'é un'epoca alla quale siete legate?

Roberta: «Per me é riduttivo pensare che il mio lavoro si rifaccia in qualche modo ad una epoca in particolare. Tutte le epoche rappresentano una sfida, noi amiamo molto il cinema contemporaneo ed é difficilissimo creare originalità in ciò che é attuale. Nei film “in costume” hai dei punti chiave dai quali devi partire. Io amo molto il periodo delle avanguardie russe e del razionalismo, del rigore, periodi in cui il tratto filosofico intellettuale ed architettonico rigoroso emergeva su quello della moda. Tolgo, tolgo, tolgo, fin quando non arrivo alla forma essenziale».

Francesca: «Secondo me dipende tutto dal regista. Se é un visionario, ti lascia libertà di aggiungere un tocco di contemporaneità anche in un contesto antico. Prendete per esempio Pasolini con la sua Medea, che non é una ricostruzione storica fedele a se stessa e ti lascia la libertà di vedere cosa per te é l'abito».

Da cosa o chi traete ispirazione?

Francesca: «Non prendo mai spunto dal lavoro di un altro costumista. Solitamente é sempre un'altra disciplina o un'altra forma d'arte che poi rielaboro e faccio mia».

C'è un regista con il quale vi piacerebbe lavorare o vi sarebbe piaciuto lavorare?

Francesca: «Con François Truffaut e con Almodovar».

Roberta: «Con Pasolini e Jim Jarmusc».

Cosa c'è nel vostro futuro? Francesca e Roberta: «Abbiamo in preparazione molte cose, sia progetti grandi che piccoli, non dobbiamo mai perdere il contatto con i giovani. Il sogno é quello di poter lavorare all'estero».

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