Da Modena a Oriente, in bici per due mesi sul Me Kong
La storia di Corrado Nora dal Tibet al Vietnam per 4400 chilometri: «Ho pianto di gioia»
Corrado Nora ha trentasette anni e gli occhi grandi, pieni di cose. Un modenese che faceva il cameramen e ora fa l'artigiano: ma la passione dello sguardo, quella c'è ancora. Sarà stata lei a spingerlo lungo il suo ultimo viaggio: il Mê Kông in bicicletta. Circa 4400 chilometri, due mesi e dieci giorni tra settembre e novembre. Una valigia con lo stretto indispensabile, una tenda per dormire e gli occhi spalancati su uno dei fiumi più lunghi dell'Asia. Itinerario: Tibet, Cina, Laos, Thailandia, Cambogia, Vietnam.
Si tratta del tuo primo viaggio di questo tipo?
«No, viaggio da tanti anni. È una passione nata grazie a un amico viaggiatore con cui abbiamo percorso la Carretera Austral: io avevo vent'anni, lui per me era un mito. Ma la mia meta è sempre stata l'Oriente: un trekking lungo l'India e il Nepal nel 2006, poi nel 2008 da Modena a Istanbul in bicicletta. Infine, il Vietnam in bici nel 2010: avevo in mente questo viaggio e ho fatto un sopralluogo per vedere se era fattibile, tre anni dopo sono partito».
Come è nata l'idea?
«La mia ragazza di allora era una guida escursionistica ambientale, l'idea era quella di partire insieme. Ma non sai mai dove ti porta la vita: quella storia finì e io conobbi la mia attuale moglie in Vietnam nel 2010: ci siamo sposati e lei ora vive qui a Modena. Siamo partiti insieme, lei era incinta, poi è rimasta dai suoi genitori e io ho intrapreso il mio viaggio».
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Una serie di incontri, dunque. Ti sei allenato molto per questo viaggio?
«Solo scampagnate della domenica sulle nostre colline, a parte i viaggi passati. Ho avuto molta fortuna e non sono mai stato male: anche se avessi deciso di tornare avrei dovuto farlo da solo».
Veniamo al punto: parlaci del tuo percorso.
«Sono arrivato in aereo a Xining e ho preso l'autobus fino al paesino più vicino alla sorgente del Mê Kông, al confine tra il Tibet e lo Stato Cinese, poi sono risalito fino a un certo punto con la bici e ho iniziato la discesa: ho visto paesaggi mozzafiato, il Tibet mi ha conquistato. Lì il cielo è blu come non l'hai mai visto. Ad ogni passo i pellegrini attaccano delle piccole bandiere di preghiera colorate, di stoffa, che sbattono al vento e si stagliano su uno sfondo di montagne altissime. C'è silenzio, un silenzio cui non siamo abituati: è molto di più di quello che puoi immaginare. Ho avuto modo di incontrare la popolazione locale: presenta due volti contrapposti ma uniti dal denominatore comune dell'oppressione cinese. Da un lato, i giovani monaci tibetani che prendendomi sottobraccio mi ripetevano “noi non siamo liberi”, dall'altra i Champa: un tempo nomadi e pastori, adesso ricordano i banditi dei film di Tarantino, tra motociclette e ubriachezza. È un popolo che ha perso le sue radici: credo che lo spiritualismo dei monaci e il disordine dei Champa siano due vie d'uscita da un comune stato di soggezione».
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Hai avuto modo di toccare con mano la situazione?
«In ogni centro urbano del Tibet c'è la polizia cinese, e i tibetani non possiedono praticamente più attività commerciali, per non parlare dei danni ambientali. Il Tibet è chiuso agli stranieri: i viaggiatori riescono ad attraversarlo solo illegalmente. Per quanto mi riguarda, ho potuto attraversare i primi due posti di blocco di nascosto, di notte, grazie all'aiuto della popolazione locale, che mi faceva il segno delle manette da lontano per farmi capire che c'era la polizia. Una notte la polizia cinese mi ha raggiunto nella tenda in cui dormivo e non l’ha tirata per le lunghe: mi avrebbero arrestato o riportato al confine. Così ho dovuto seguirli e allungare ulteriormente il viaggio».
Torniamo al tuo percorso.
«Dal confine con la Cina ho attraversato la regione dello Yunnan: completamente fatta di gole, ho dovuto attraversare grandi tratti caricando tutto in spalla. Poi il Laos, meraviglioso: completamente verde in mezzo alle foreste. È una zona molto povera ma incredibilmente ospitale. Ho visto coi miei occhi le due etnie del posto: gli Hmong e gli Hakka, di cui ricordo i copricapi fatti di decorazioni d'argento simili a monete. Dopo il Laos sono arrivato in Thailandia: l'ho trovata molto occidentale. Prima di raggiungere la Cambogia ho visto l'arcipelago delle Quattromila Isole: un posto fuori dal tempo, le isolette sono in mezzo al fiume e senti davvero la corrente che scorre. Infine, la Cambogia: una terra ancora distrutta dal regime di Pol Pot, che sembra aver cancellato il passato degli khmer con un colpo di spugna. Ho concluso il viaggio in Vietnam, da mia moglie».
Parlaci del tuo impatto con le culture locali.
«In Cina mi esprimevo a gesti, ma è stato difficile: quando viaggi così lontano anche la gestualità è diversa e farsi capire diventa ancora più difficile: è stato un esercizio di pazienza. In Tibet, con i monaci, parlavo inglese: i monasteri sono luoghi di studio. Quanto al Vietnam: è casa mia, è il mio obiettivo da quando sono piccolo. Le persone sono straordinarie e solari. In generale, l'Asia è contradditoria: gli stessi poliziotti che mi avevano portato via mi hanno offerto da mangiare insieme a loro, la contrattazione è un'arte, il dialogo un gioco sottile. Capisco cosa significa la parola zen: prendere le situazioni di petto è perdere in partenza».
Cosa vuol dire viaggiare?
«Per quanto mi riguarda, significa trovare chi sono, conoscermi, spogliandomi da tutto ciò che non mi appartiene, da una sovrastruttura che mi ricopre. Ho sempre viaggiato da solo, spesso soffrendo la mancanza di condivisione. Ma questo viaggio era un progetto, e un sogno. Mi è capitato più volte, pedalando con la faccia al vento, di piangere di gioia: quello che ho visto mi ha riempito di bellezza, non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo. Tutto questo, spesso, mi esplodeva dentro».
Ryszard Kapuscinsky, che fece del viaggio una ragione di vita, diceva che partire con uno scopo preciso impone paraocchi che rischiano di offuscare “l'infinità di labirinti, di recessi, di enigmi e di incognite” che è un mondo nuovo. Cosa dici?
«Se parliamo di itinerario, credo si tratti del mio unico appiglio. Ne ho bisogno, mi aiuta a non perdermi. Se parliamo di aspettative, sono d'accordo: quando viaggio vivo momento dopo momento, credo sia il valore dell'esperienza e fa parte della mia forma mentis».
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