Dda striglia i politici «Più attenzione alla “zona grigia”»
Alfonso: «Si muovano, i soldi facili dovevano preoccupare» Pennisi: «’Ndrangheta azzera i sindacati». Occhio ai moldavi
“Emilia terra di mafia” e ancora “il tutto favorito dal comportamento delle istituzioni locali i cui organismi rappresentativi sono alacremente impegnati nella consumazione dei reati di loro pertinenza ai danni della cosa pubblica”. Ecco due passaggi chiave della relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia, due bordate contro la terra laboriosa e sana, dove il tessuto sociale-politico-imprenditoriale ha per decenni garantito welfare e ora diventa “zona grigia” in cui il legame ’ndrangheta-professionisti-politica è cosa nota e preoccupante.
«Ma la mafia (intesa in termini moderni, come organizzazione del sistema corruttivo che lega potere criminale, potere politico e potere economico) ha iniziato da qualche tempo a spadroneggiare», scrive il magistrato e consigliere della Dna, Roberto Pennisi che poi si fissa sui risvolti occupazionali, dove i sindacati rischiano di essere annientati. «L’invasione del territorio è un segnale della degenerazione del tessuto economico-imprenditoriale, con inevitabili ricadute anche a livello occupazionale, non tanto dal punto di vista quantitativo, ma qualitativo. Ovvero con la alterazione del mercato dell’occupazione, nel cui ambito si consumano specifici reati in tema di violazione delle norme che disciplinano l’avviamento al lavoro». E le dinamiche del metodo mafioso “inficiano anche le dinamiche sindacali che vedono diminuita, se non neutralizzata, la loro vitalità”.
Un allarme che non è rimasto inascoltato a Bologna, dove il procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia, Roberto Alfonso, dà una pesante stoccata alle istituzioni della regione che “devono darsi una mossa: la malattia è grave, il tumore c’è e bisogna curarlo, non si può stare in attesa. Lo dico da tempo, questa regione deve prendere atto della sua reale situazione e ognuno si deve assumere le responsabilità proprie del ruolo e fare quello che la legge impone di fare. Io cerco di fare al meglio il mio, gli altri facciano il loro. Non si può, però, non dire e non si può non sottolineare. Alla commissione parlamentare Antimafia Abbiamo detto tutto, non abbiamo risparmiato nulla. È il massimo organo che deve verificare esistenza questi fenomeni e ha anche poteri propositivi, deve sapere come stanno le cose».
E rituffandosi nella relazione della Dna che invoca una “terapia di legalità”, Alfonso replica: «È un messaggio a tutti, la collettività non deve sentirsi non destinataria o esclusa. È un invito a prendere consapevolezza e ad adottare provvedimenti, comportamenti, condotte e prassi positive per cercare di arginare tutti insieme il fenomeno».
Per Alfonso in Emilia è stato grave, in particolare, ritenere che la mafia non ci fosse per “la mancanza di fatti delittuosi con violenza alle persone, per lo meno nella parte emiliana”. Si pensava che “più facilmente arrivavano i soldi, meglio era.Invece non era così, era un segnale che andava preso. Il cavallo di Troia sono stati i soldi, c’è poco da fare”.
Ma il report nazionale, oltre al patto ’ndrangheta-camorra per fare eventuali affari insieme, sancisce anche la presenza di altra malavita organizzata operante in città come ad esempio la mafia moldava, ramificazione scoperta a Modena con l’operazione “Karakatitza”, condotta dalla Dda di Venezia. La “Vor v’zacone”, associazione per delinquere di tipo mafioso, era infatti dedita alla commissione di estorsioni, rapine, tentati omicidi, al porto ed alla detenzione di armi, alla tratta di esseri umani e al traffico di sostanze stupefacenti. Ne arrestarono 36 tra Veneto, Lombardia ed Emilia, ma i margini in cui insinuarsi sono evidenti ancora ampi.(fd)
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