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Gli affari della ’ndrangheta «Spero nella scossa forte»

Gli affari della ’ndrangheta «Spero nella scossa forte»

Un altro imprenditore cutrese intercettato dai carabinieri a tifare il terremoto È nell’inchiesta della dda di Brescia, che cita anche Bianchini e Cpl Concordia

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Nell’inchiesta sulla ’Ndrangheta cutrese che ha infiltrato anche Mantova, con il coinvolgimento dello stesso sindaco della città, Nicola Sodano, tornano nomi già noti nella inchiesta parallela, Aemilia, che ha sconvolto le province di Reggio e Modena, facendo scoprire connivenze, metodi e promiscuità, facendo scoprire con quale facilità le mafie possano irretire le imprese nel settore delle costruzioni e sfiorare la politica. C’è anche un passaggio, uno solo, negli atti dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Brescia (competenti per il territorio mantovano), che evoca ad esempio la collaborazione di Bianchini con il famoso Bolognino, referente del clan che aveva fornito all’imprenditore di San Felice la manodopera.

E, per restare alla cronaca di questi giorni, non poteva mancare suo malgrado Cpl. Nella veste di azienda il cui volume di affari interessa alle cosche.

Si parla infatti di “rapporti intrapresi” da Salvatore Grande Aracri (nipote del capo Nicolino) e Alfonso Bonaccio con Francesco Simone. Simone, originario di Mola di Bari, residente a Roma, viene individuato dagli investigatori quale funzionario della coop “Cpl Concordia”, azienda definita leader nazionale nel settore della realizzazione di reti energetiche. Grande Aracri, avvalendosi di una terza persona per contattare Simone, sarebbe così riuscito a proporsi per l’effettuazione di importanti commesse di lavoro sia in Italia che all’estero, «nel tentativo di fare proprie le referenze di una società, il Consorzio Stabile Ebg, con sede a Bologna».

Difficile dire se questo potrà portare ad ulteriori sviluppi.

Di certo il ramo lombardo dell’inchiesta Aemilia mostra purtroppo lo stesso modus operandi, con il continuo tentativo di alcuni degli indagati, incluso il sindaco di Mantova, di cercare appoggi politici importanti, anche a Roma, per sbloccare opere e lottizzazioni a favore di imprese collegate alle cosche. E la stessa voglia di fare affari sulle disgrazie della gente, in particolare sui terremotati: «Speriamo che arrivi la botta forte, se arrivasse almeno un minuto, un minuto ne fa di danni... insomma si crea del lavoro». Alle 10,21 del 29 maggio del 2012 è Antonio Muto a dire queste parole alla moglie, seduta in auto al suo fianco. Un'ora prima il terremoto aveva nuovamente scosso la Bassa, a nove giorni di distanza dopo il primo sciame del 20 maggio. Le parole raccapriccianti ai carabinieri che hanno nascosto la microspia nell'Audi A8. È lì da mesi, ma Muto non lo sa. Accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni e corruzione, anche in atti giudiziari, Muto, 53 anni, cutrese trapiantato al Nord, vanta un rapporto consolidato con Sodano, vanta relazioni con i vertici del mondo bancario. Raccomanda amici e conoscenti per assunzioni e progressioni di carriere in banca e perfino in Autobrennero. NeIl’ agosto 2011 partecipa, secondo gli investigatori, ad un summit con il boss Nicolino Grande Aracri. Secondo l’inchiesta il sindaco Sodano di Mantova si sarebbe illecitamente prodigato per favorire Muto in operazioni immobiliari. Insomma, un copione già visto. (a.setti)

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