Ferri: «L’occupazione aiuta a ridurre il rischio di ricadute»
«Fino al 2013 - ci spiega la dottoressa Emanuela Ferri che coordina i progetti di inserimento lavorativo delle persone in carico ai servizi di salute mentale di Modena - il Dipartimento dell'Azienda...
«Fino al 2013 - ci spiega la dottoressa Emanuela Ferri che coordina i progetti di inserimento lavorativo delle persone in carico ai servizi di salute mentale di Modena - il Dipartimento dell'Azienda Usl aveva a disposizione molti “percorsi” per inserire nel mondo del lavoro le persone con disagi psichici. Alcuni prevedevano un tirocinio e quindi l'avvio al lavoro, altri puntavano invece sulla socializzazione del paziente. Purtroppo, però, con l'applicazione della nuova normativa regionale il numero di queste attività si è ridotto notevolmente, anche se è difficile fare una stima precisa al momento». Quante persone, in carico ai Centri di Salute Mentale (CSM), sono state avviate al lavoro in provincia di Modena?
«Finora abbiamo coinvolto di circa 600 persone».
Provi a spiegarci: come riuscite a valutare l'impatto di un inserimento lavorativo su un paziente?
«Abbiamo consolidate modalità di verifica dei percorsi, così da creare le condizioni ottimali per lo svolgimento dell'attività. La ricaduta positiva sulla persona si rileva nel tempo. Le persone che hanno un lavoro grazie all'inserimento nel progetto del servizio sanitario, hanno un numero sensibilmente inferiore di “ricadute” nella malattia, così come di ricoveri».
Qual è la sua valutazione complessiva dell'esperienza modenese?
«Credo che l'inserimento lavorativo sia uno strumento ad alta valenza sociale, aiuta concretamente la persona a recuperare autostima, a rafforzare la sua capacità di autodeterminazione. Penso, tra l'altro, che non debba per forza essere un'attività svolta dalla sola “Salute Mentale”. La persona con disagio mentale, infatti, dovrebbe avere il diritto di confrontarsi direttamente col mondo del lavoro e coi contesti sociali, senza la continua presenza della “psichiatria”, uscendo da una logica iper-protettiva ma anche invalidante, escludente. Forse servirebbe di più inserire questi pazienti nei percorsi rivolti alle persone fragili. Ci auguriamo, per il futuro, di poter intraprendere percorsi sempre più in sintonia tra i bisogni della persona e quelli delle aziende, favorendo l'incontro tra la richiesta di lavoro e la persona motivata».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
