«Il Governo trattenga in Italia Pizzolato»
«Non posso pensare che il mio Governo anteponga alla violazione dei diritti fondamentali di una persona, a maggior ragione in quanto trattasi di nostro concittadino, la possibilità di ottenere un...
«Non posso pensare che il mio Governo anteponga alla violazione dei diritti fondamentali di una persona, a maggior ragione in quanto trattasi di nostro concittadino, la possibilità di ottenere un successo politico».
Lo scrive al ministro della Giustizia Alessandro Sivelli, il legale modenese di Henrique Pizzolato, l'italo-brasiliano su cui la Cassazione si è pronunciata per l'estradizione. Sull'ipotesi che tale decisione sia per uno scambio con Cesare Battisti, il legale auspica che «tali notizie siano prive di fondamento». Pizzolato è un banchiere, arrestato lo scorso anno a Maranello. Era stato condannato a 12 anni e 7 mesi di carcere, in Brasile, nell'inchiesta 'Mensalao', una sorta di tangentopoli del Paese sudamericano. Lo scorso ottobre la Corte di Appello di Bologna aveva detto no all'estradizione e Pizzolato era stato rimesso in libertà. La decisione dei giudici aveva messo in evidenza le condizioni "drammatiche" delle carceri brasiliane e aveva segnalato come «il rischio che un detenuto possa essere sottoposto ad umiliazioni, torture, violenze, sia ancora concreto». Ma il Brasile aveva fatto ricorso, la Cassazione ha annullato senza rinvio e il banchiere è tornato in carcere. L'avvocato Sivelli ha comunque voluto scrivere una lettera di sei pagine al ministro della Giustizia. «Dopo aver redatto la presente lettera - si legge nella conclusione - ho appreso dalla stampa che Henrique Pizzolato, cittadino italo-brasiliano, potrebbe essere estradato per ottenere la consegna di Cesare Battisti. Auspico che tali notizia siano infondate». E ancora: «Le chiedo di assumere la Sua decisione privilegiando agli eventuali interessi internazionali e di immagine del Suo governo, la difesa e il rispetto dei diritti fondamentali dell'individuo, diritti che lo Stato brasiliano non ha garantito nel corso del processo e che non è in grado di garantire ai 'propri' detenuti».
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